full text of chapter 2 of Raffaele Laudani's 2002 dissertation:

Lo spettro della totalita:
il pensiero politico di Herbert Marcuse e le forme della societa capitalistica

(University of Turin, 2002)

Capitolo secondo
Teoria critica del nazionalsocialismo

by Raffaele Laudani, 2002

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1. Marcuse negli anni dello «sforzo bellico»
1.1, 1.2
2. Il dibattito francofortese sul nazismo
2.1, 2.2
3. Marcuse e il nazismo
3.1, 3.2, 3.3, 3.4, 3.5
Notes
Laudani: Scholars Page

Laudani: Herbert's papers

1. Marcuse negli anni dello «sforzo bellico» (back to top)

L’esperienza del nazismo rappresenta il primo vero banco di prova della «teoria critica della società». È infatti abbastanza significativo che, nel corso dell’intera produzione scientifica di Marcuse, l’esperienza di Weimar non venga presa in considerazione o svolga comunque un ruolo molto marginale. La storia tedesca degli inizi del ventesimo secolo viene vista da Marcuse come una lunga transizione dalla sconfitta della rivoluzione dei consigli all’avvento dello Stato autoritario. Questa dimensione di transizione del periodo repubblicano emerge con chiarezza in un breve testo del 1940 su La filosofia tedesca nel ventesimo secolo. Per Marcuse la filosofia tedesca del tempo rappresenta un nucleo unitario, nato come attacco contro la crescente autoreferenzialità della cultura tradizionale tedesca e che si conclude con la dissoluzione della filosofia borghese in un «realismo eroico-razzista». La rinascita della filosofia tentata energicamente da Nietzsche si compie nella sottomissione alle potenze economiche e sociali del capitalismo monopolista. Questa parabola si manifesta con la filosofia di Heidegger, da cui ormai Marcuse aveva preso definitivamente congedo: «L’esistenza concreta, che doveva servire a Heidegger come base per la rifondazione della filosofia, ha trovato rifugio dall’ansia, dalla disperazione e dal nichilismo proprio in quella “risolutezza” (Entschlossenheit) totalitaria che dalla frustrazione del liberalismo è approdata al nazionalsocialismo. In mezzo alla disintegrazione generale, la filosofia ha cercato rifugio nell’integrità “naturale” del sangue e del suolo e nell’unità del Volkstum». Weimar rappresenta il momento più complesso e incerto di questa transizione: «I caotici alti e bassi della repubblica di Weimar – inflazione, stabilizzazione attraverso il ricorso al credito straniero, collasso – si espressero nel tentativo portato avanti da certi filosofi di superare l’insicurezza sociale immergendo la filosofia nei problemi della vita sociale e politica. Questo tentativo costrinse la filosofia a scegliere fra socialismo e autoritarismo, mentre ciò che restava della vecchia ideologia liberale andava perduto»[1] . Fu l’autoritarismo ad uscire vittorioso.

L’analisi di Marcuse del fenomeno nazista è rimasta in larga parte inedita perché coincide quasi completamente con il contributo che, dalla fine del 1942, come molti altri intellettuali tedeschi, fornì ai servizi di intelligence statunitensi impegnati nel conflitto militare contro il nazismo. Marcuse, fra l’altro, non fu l’unico collaboratore dell’Istituto per la ricerca sociale che in quegli anni lavorò per il governo statunitense: già nell’estate del 1941 l’ufficio di William Donovan – il fondatore dell’Office of the Coordinator of Information – da cui successivamente sorsero l’OWI e l’OSS – si era rivolto all’Istituto per chiedere la collaborazione di Franz Neumann e Max Horkheimer. E nella primavera del 1942 Neumann venne nominato Chief Consultant del Board of Economic Warfare. Nel 1943 solo Horkheimer e Theodor Adorno erano esentati dalla collaborazione: Neumann era nel frattempo diventato Deputy Chief della Central European Section dell’OSS – in un certo senso il diretto superiore di Marcuse – Otto Kirckheimer e Arkadij Gurland consulenti dell’OSS, Leo Löwenthal e Friedrich Pollock rispettivamente consulenti dell’OWI e della Divisione Anti-Trust del Dipartimento di Giustizia[2] . Dal dicembre del 1942 Marcuse accettò un incarico a Washington come senior analyst dell’Ufficio di Intelligence dell’OWI (Office of War Information). «La mia funzione – scrive lo stesso Marcuse in una lettera a Max Horkheimer dell’11 novembre 1942 – dovrebbe essere quella di fornire suggerimenti su “come presentare il nemico al popolo americano”, nei giornali, nei film di propaganda, ecc.». Nel marzo del 1943 Marcuse si trasferì poi alla Central European Section del Research and Analysis Branch dell’OSS (Office of Strategic Services), dove lavorò fino alla fine della guerra con il compito di condurre ricerche sulle condizioni interne della Germania, sulle possibili misure da adottare contro i nazisti e sulle forze da favorire per la ricostruzione del paese dopo la guerra. Nel settembre del 1945, dopo lo scioglimento dell’OSS, il filosofo tedesco venne infine trasferito presso il Dipartimento di Stato come capo del Central European Bureau, e qui rimase fino al 1951, quando ottenne un posto da ricercatore a New York presso il Russian Institute della Columbia University e poi di Harvard[3].
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1.1. Il nazismo visto da oltreoceano: la riflessione dell’emigrazione tedesca

L’interpretazione e l’analisi del fenomeno nazionalsocialista rappresenta il principale oggetto di studio di una parte significativa dell’emigrazione intellettuale tedesca negli Stati Uniti[4] . Fin dall’ascesa al potere di Hitler, gli intellettuali tedeschi emigrati nel nuovo mondo cercarono di chiarire i caratteri innovativi che l’ordine nazionalsocialista introduceva sulla scena politica e sociale mondiale. Un contributo significativo lo fornì il gruppo di intellettuali raccolti attorno alla New School for Social Research e, in particolare, il teologo socialista Paul Tillich che, in un articolo del 1934 sulla rivista della New School, cerca di chiarire i rapporti tra il regime nazista, gli altri sistemi politici autoritari, e le chiese tedesche[5] . Sebbene molto più recente, l’ordine hitleriano rappresenta  a suo avviso una forma storica ben più radicale sia dell’Italia fascista – che con i Patti Lateranensi aveva dato vita ad un compromesso politico con la Chiesa cattolica – sia della Russia sovietica. Quest’ultima, in particolare, si caratterizzava come una reazione antiborghese e razionalista, che cercava di realizzare un ideale sociale nato con l’Illuminismo. Il totalitarismo sovietico è quindi in realtà una dittatura transitoria, che non contraddice la tesi marxiana del progressivo esaurimento dello Stato. Contrariamente alle tesi sostenute da Marcuse in Ragione e rivoluzione, per Tillich il totalitarismo tedesco è invece il risultato della concezione ontologica dello Stato di matrice hegeliana. Il nazismo assurge così ad archetipo dello «Stato totalitario», guidato da una nuova forma di paganesimo, contro cui tutte le forze democratiche devono resistere, particolarmente quelle d’ispirazione cristiana.

Qualche anno più tardi, il dibattito venne stimolato da Ernst Fraenkel, un giurista formatosi alla scuola di Hugo Sinzheimer, con un volume intitolato Il doppio Stato[6] . La discrezionalità dello Stato nazista si pone a suo avviso in netta discontinuità con la teoria razionale del diritto naturale e i suoi valori umanistici. Tuttavia, Fraenkel ritiene sbagliato stabilire una filiazione del pensiero giuridico nazista dalla filosofia politica hegeliana. Al contrario le «origini» vanno ricercate nelle teorie giuridiche che hanno abbracciato il nichilismo e l’irrazionalismo. Il diritto naturale nazista non è più fondato razionalmente, ma biologicamente sulla razza e sul «sangue»: il popolo è infatti una comunità che esiste anche se non è organizzata statualmente. Lo Stato è quindi un derivato della comunità di popolo. Proprio perché i fini dell’azione politica non sono più individuati razionalmente, e il biologismo e il romanticismo politico hanno preso il posto della convivenza fondata sull’universalità del diritto, il nazismo ha bisogno di un nemico duraturo contro cui muoversi, che ne orienti «negativamente» la politica. Da questo punto di vista, la Germania nazista non ha più nulla a che fare con la filosofia classica tedesca, ne è anzi la totale negazione.

L’irrazionalismo non esaurisce tuttavia il modello giuridico nazista. Alla discrezionalità del capo si affianca infatti anche una normale attività legislativa. La sua vera peculiarità consiste quindi nella compresenza del caos e dell’ordine estremo: l’ordine giuridico nazista vede così convivere al suo interno uno «Stato normativo» (necessario a garantire il funzionamento di un’economia capitalistica) e uno «Stato discrezionale» che, in quanto sistema di dominio fondato sulla violenza, opera fuori da ogni quadro giuridico razionale ed agisce sulla base di un mero criterio di «opportunità politica», rivolto in primo luogo contro i «nemici» del regime. I due sistemi sono tra di loro concorrenti. Il sistema politico nazista è quindi soggetto al conflitto e alla competizione: L’immagine che ne descrive meglio il funzionamento è quindi quella dello «stato d’assedio permanente». Caratteristica del «doppio Stato» è dunque la coesistenza spuria fra l’ordinamento giuridico positivo e la totale assenza di diritto.

In quello stesso periodo Franz Borkenau, che un tempo aveva collaborato con l’Istituto per la ricerca sociale[7] , pubblica The Totalitarian Enemy, con cui anticiperà molti dei temi dell’anticomunismo americano e del dibattito sul totalitarismo del secondo dopoguerra[8] . Qui il nazismo è interpretato in stretto rapporto con lo stalinismo. Entrambi i sistemi totalitari non sono espressioni di specificità culturali, ma un frutto autentico della modernità. Il totalitarismo è infatti una particolare combinazione tra il sistema industriale e l’autoritarismo giacobino. Il risultato è stata la creazione di una nuova élite politica che fonda il proprio potere sulla pianificazione autoritaria, nel caso della Russia sovietica, o sul sistema schiavistico, nel caso della Germania nazista.
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1.2. Il primo contributo di Marcuse: l’ideologia nazista

A questo dibattito sulla natura del regime nazionalsocialista a cavallo fra le due sponde dell’Atlantico Marcuse partecipò fin dal 1934 con un lungo saggio di critica dell’ideologia su La lotta contro il liberalismo nella concezione totalitaria dello Stato pubblicato sulla Zeitschrift. Qui Marcuse sostiene come, nonostante la nuova Weltanschauung nazista – che definisce «realismo eroico-popolare» – si contrapponga esplicitamente al mondo «borghese» del XIX secolo, l’ideologia nazista condivide il presupposto fondamentale del liberalismo, l’intangibilità della proprietà dei mezzi di produzione[9] . Il liberalismo è la teoria della società e dell’economia del capitalismo industriale europeo nel periodo in cui il vero protagonista economico del capitalismo era il «capitalista singolo», l’imprenditore privato nel senso letterale della parola. Il nazismo lotta così contro i principi ideologici del liberalismo senza mutarne la struttura sociale fondamentale. La concezione totalitaria dello Stato segna così l’ingresso in una nuova era del capitalismo monopolistico.

La continuità nella struttura sociale fondamentale si riproduce anche nella comune centralità assegnata alle leggi «naturali» che governano la vita degli uomini. Per il liberalismo, la naturalità dei rapporti sociali è garantita dall’azione di una «mano invisibile» che sta dietro le forze e i rapporti economici della società capitalistica. Anche per l’ideologia nazista la «natura» ha una funzione armonizzatrice. Tuttavia, la natura viene qui concepita come una dimensione pre-storica ed è quindi indistruttibile a ciò che è soggetto a mutamento. La natura diventa «mito». L’effetto è una degradazione della storia, ridotta ora a mero accadere temporale. Questa de-storicizzazione della storia ha, secondo Marcuse, una funzione «politica» che esprime l’interesse a rendere stabile una forma di vita non più giustificabile di fronte alla situazione storica: «L’adempimento del dovere, il sacrificio e la dedizione, che il “realismo eroico” richiede dagli uomini, sono messi al servizio di un ordine sociale che rende eterni il bisogno e l’infelicità degli individui». Sebbene questi sacrifici siano «sull’orlo dell’insensatezza», essi hanno tuttavia un fine nascosto molto «razionale»: stabilizzare praticamente e ideologicamente il sistema attuale di produzione e riproduzione della vita. Per giustificare la naturalizzazione dell’economia capitalistica dei «grandi capitani d’industria», l’ideologia nazista produce così una radicale svalutazione dell’esistenza materiale della vita. La ricerca della felicità materiale viene così superata nell’eroismo del sacrificio e dell’obbedienza. Il risultato è una naturalizzazione dei rapporti sociali esistenti, che non necessitano più di essere giustificati, ma vengono immediatamente elevati a dimensione «ontologica» dell’esistenza[10] .

Le differenze fra i due sistemi ideologici, quello liberale e quello nazista, sono dunque espressione della transizione dal capitalismo competitivo, basato sull’impresa individuale, al capitalismo monopolistico, che concentra il potere economico nelle mani di pochi grandi trust. L’invettiva fascista contro lo «spirito del capitalismo» serve infatti gli interessi del capitalismo monopolistico, che ha dato vita ad una forma di capitalismo meno competitiva e meno anarchica, che non lascia spazio all’attività individuale e che richiede a sua volta una protezione totalitaria dei suoi interessi. Lo sviluppo della nuova ideologia segue la linea che segna il passaggio della società capitalistica dal capitalismo commerciale e industriale fondato sulla libera concorrenza alle nuove forme organizzate di capitalismo, in cui i mutati rapporti di produzione richiedono uno Stato forte. «Lo Stato totalitario ed autoritario – afferma Marcuse – fornisce l’organizzazione e la teoria della società che corrispondono allo stadio monopolistico del capitalismo»[11] .


2. Il dibattito francofortese sul nazismo (back to top)

Alla riflessione dell’emigrazione intellettuale tedesca sul nazismo partecipò attivamente anche la Scuola di Francoforte. L’Istituto per la ricerca sociale inseriva l’analisi del nazionalsocialismo all’interno del più ampio dibattito marxista sulle nuove forme «organizzate» assunte dal capitalismo contemporaneo.[12] Per il gruppo “francofortese” lo studio nel fenomeno nazionalsocialista era, in particolare, anche l’occasione per trovare legittimazione all’interno del mondo accademico statunitense come esperti del mondo tedesco e nuove forme di finanziamento per le attività dell’Istituto. A questo fine, nel corso degli anni Quaranta, l’Istituto per la ricerca sociale produsse una serie di progetti di ricerca che, nella maggior parte dei casi, non furono però portati a compimento. Fra questi progetti sono particolarmente significativi lo studio del 1940 su German Economy, Politics, and Culture 1900-1933 – nel quale Marcuse doveva partecipare con il già citato contributo su La filosofia tedesca nel XX secolo – e quello dell’anno successivo su Cultural Aspect of National Socialism, presentato alla Rockfeller Foundation.[13] Tuttavia, il contributo più concreto che l’Istituto per la ricerca sociale produsse sul tema del nazismo fu, in definitiva, un ciclo di conferenze tenute nel 1941 alla Columbia University di New York che, oltre ad una conferenza di apertura di Marcuse su State and Individual under National Socialism, prevedeva contributi di Arkadji Gurland, Franz Neumann, Otto Kirchheimer e Friedrich Pollock[14] . Originariamente queste conferenze dovevano essere raccolte in un volume e pubblicate come contributo dell'Istituto allo sforzo bellico, ma il progetto non andò in porto. La maggior parte delle conferenze confluirono così in un numero monografico sul nazionalsocialismo degli «Studies in Philosophy and Social Science», l’edizione inglese della Zeitschrift, alle quali vennero affiancati alcuni contributi pensati all’inizio per un fascicolo della rivista dedicato a temi filosofici. A questo fascicolo “filosofico”, Marcuse doveva partecipare con un saggio sulla tecnica, pubblicato poi nel numero sul nazionalsocialismo con il titolo di Some Social Implications of Modern Technology al posto del saggio sul nazismo che, senza una ragione apparente, rimase escluso al pari del contributo di Neumann.

Nonostante quest’attività comune, i collaboratori dell’Istituto non riuscirono a produrre un’interpretazione condivisa. All’interno dell’Istituto si possono riscontrare almeno poli interpretativi: i sostenitori della teoria del «capitalismo di Stato» (Horkheimer e Pollock) e quelli della teoria del «capitalismo monopolistico totalitario» (Neumann, Gurland, Kirchheimer). Si tratta di una polarizzazione ben più marcata di quanto non appaia a prima vista. Anzi, l’analisi del fenomeno nazionalsocialista può essere a giusto titolo considerata la fine della Scuola di Francoforte come orientamento teorico unitario. L’interpretazione del nazismo fece infatti esplodere le differenze politiche, teoriche e di formazione che, fin dall’inizio, caratterizzano la variegata costellazione di intellettuali che ruotano attorno all’Istituto per la ricerca sociale.
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2.1 L’ipotesi del capitalismo di Stato

Il concetto di «capitalismo di Stato» – utilizzato inizialmente da Engels, Bucharin e Lenin per descrivere la prima fase del socialismo – è inteso da Pollock come il tipo ideale di un nuovo ordinamento sociale che prende il posto del capitalismo monopolistico (a sua volta successore dell’economia liberale del laissez faire), e di cui il nazismo è la versione totalitaria. Si tratta cioè di una forma di capitalismo qualitativamente differente e nettamente superiore alle vecchie società capitalistiche perché, secondo Pollock, eliminando l’autonomia del mercato, questo sistema è riuscito ad eliminare la causa decisiva delle crisi economiche, dando vita ad una forma di organizzazione della società destinata a durare nel tempo. Subordinando la ricerca del profitto individuale alle esigenze della pianificazione generale, il capitalismo di Stato prende il posto del socialismo con una forma di società che, tuttavia, resta oppressiva. Pollock, fra l’altro, sottolinea come la motivazione del profitto tenda ad essere sostituita dalla «motivazione del potere» e i capitalisti tradizionali a diventare rentiers.[15] Il nazismo rappresenta così un vero e proprio «nuovo ordine» che sostituisce l’economia di scambio con una forma «comandata» di economia e che sancisce il «primato della politica sull’economia». Per questa ragione, Pollock prevedeva che il nazismo non sarebbe crollato dall’interno, ma solo con un intervento esogeno, individuato in quella fase nella sconfitta militare.[16]

L’ipotesi del capitalismo di Stato è sostenuta anche da Max Horkheimer in un articolo del 1942 intitolato lo Stato autoritario (ma in origine pensato più esplicitamente con il titolo Il capitalismo di Stato).[17] Il punto di partenza di Horkheimer è la smentita storica della teoria marxista della “crisi finale” del capitalismo che, invece, attraverso l’economia di piano, è riuscito a stabilizzarsi. Questa stabilizzazione avviene nel segno di una radicale trasformazione del rapporto fra politica ed economia. Per riprodursi, il capitale ha ora bisogno di essere governato dal potere politico, che si fonde con il potere economico dei monopoli e del big business. Questa trasformazione influisce anche sulla composizione delle classi sociali: con l’avvento dello Stato autoritario, il potere diventa impersonale, non controllato cioè né dai politici tradizionali, né dagli imprenditori, ed è gestito da una nuova figura sociale, i manager o i burocrati, che conoscono l’alchimia dell’organizzazione. In quegli stessi anni, una tesi simile era sostenuta negli Stati Uniti da James Burnham – fino ad allora conosciuto come attivista del movimento trockista americano, ma successivamente spostatosi su posizioni conservatrici – e precedentemente, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, dal gruppo che si riuniva attorno alla rivista tedesca «Die Tat», diretta da Ferdinand Fried.[18] Burnham, in particolare, individua le radici della soluzione totalitaria nell’avvento dell’era tecnologica che accomuna tanto gli Stati fascisti, quanto il capitalismo e il socialismo. I manager sono così l’emblema di questa nuova era e costituiscono la nuova classe dominante.

Secondo Horkheimer, l’avvento dello Stato autoritario invera la prognosi marxiana (nella versione fornita da Engels) che lo sviluppo delle contraddizioni interne del capitalismo avrebbe determinato il suo stesso superamento, ma con segno mutato: la fine del capitalismo classico non si apre al regno della libertà, bensì a quello del dominio e dell’oppressione. Nel saggio di Horkheimer si ritrovano così le radici di quella disillusione che in Dialettica dell’Illuminismo lo porterà ad identificare le radici del dominio totalitario fin dalle origini della civiltà occidentale e a sostituire la categoria marxista di «classe» (borghese) con quella di «racket» – espressione a sua volta di un spostamento di interesse dalla critica sociale a problemi antropologico-filosofici.[19] Fra l’altro, è abbastanza significativo che nel saggio sullo Stato autoritario Horkheimer individui le origini del capitalismo di Stato nella rivoluzione francese e, in particolare, nel giacobinismo – vale a dire nel tentativo operato da Robespierre di centralizzare nel Comitato di salute pubblica l’autorità politica a scapito del parlamento e di regolare politicamente l’economia – anticipando così di fatto uno degli argomenti principali della polemica anticomunista del secondo dopoguerra.[20]
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2.2. L’ipotesi del capitalismo monopolistico-totalitario

La posizione di Pollock è invece contestata energicamente da Franz Neumann, Arkadij Gurland e Otto Kirchheimer. Neumann, in particolare, nel suo Behemoth, scritto nel 1941 e divenuto ben presto un classico sul nazionalsocialismo[21] , definisce la tesi del capitalismo di Stato una contradictio in adjecto e la accomuna a quella dello Stato delle masse, avanzata in quegli stessi anni da un altro emigrato tedesco, Emil Lederer. Quest’ultimo – formatosi negli ambienti socialdemocratici tedeschi e famoso per aver partecipato nel biennio 1918-20, insieme a Schumpeter e Hilferding, alle commissioni per le socializzazioni in Germania e in Austria – definisce la dittatura fascista un «sistema politico moderno fondato sulle masse amorfe» che, per garantire la perpetuazione del potere del dittatore, deve necessariamente «distruggere la società, che è sempre stata una struttura stratificata con interessi e idee differenti». Il fascismo, in altri termini, dà vita ad una forma perversa di «società senza classi».[22] Per Neumann, invece, il capitalismo non ha risolto gli antagonismi che gli sono connaturati; questi antagonismi operano ora ad un livello più alto e vengono dissimulati dall’uso di un potente apparato burocratico e dall’ideologia della comunità völkisch. Il regime nazista di fatto ha favorito ed accentuato il processo di concentrazione monopolistica, rafforzando il potere dei grandi capitani d’industria ed indebolendo invece la posizione dei ceti medi e proletari. Questa era la tesi sostenuta anche da Arkadij Gurland nel suo Trends tecnologici e struttura economica sotto il nazionalsocialismo: «Allo stadio attuale – egli scriveva in quella sede, analizzando lo sviluppo della produzione chimica tedesca – le specifiche condizioni inerenti alla sintesi chimica attuata nell’ambito della tecnologia industriale inducono le stesse gigantesche combines chimiche a cercare la protezione del governo a livello di produzione e di mercato e fornire così un contributo all’espansione del meccanismo interventista». Per Gurland, i mutamenti tecnologici intercorsi nell’apparato economico tedesco si sono adattati alla perfezione con la nuova struttura monopolistica, favorendone la crescita e lo sviluppo. La fine dell’automatismo della dinamica capitalistica non coincide così con la fine della dinamica capitalistica in quanto tale[23] . La posizione di Neumann e degli altri sostenitori dell’ipotesi monopolistico-totalitaria è quindi più consona con un’impostazione marxista e riproduce, seppur solo nominalmente, l’impostazione comunista ufficiale che, a partire dal VII Congresso del Comintern, definiva il fascismo «la dittatura aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario».[24] Sotto il nazismo – spiega Neumann – il sistema capitalistico non ha perduto il proprio dinamismo e il profitto resta «l’energia che motiva l’espansione». La fine degli automatismi del mercato, implicata nel processo di monopolizzazione, impone tuttavia la necessità di un potere politico totalitario. La tesi di Neumann è quindi che il nazismo rappresenta un non-Stato, «una forma di società in cui i gruppi dominanti controllano il resto della popolazione in modo diretto, senza la mediazione di quell’apparato coercitivo ancorché razionale fino ad oggi conosciuto come Stato»[25] .


3. Marcuse e il nazismo (back to top)

La lettura del nazionalsocialismo fornita da Marcuse cerca di trovare una sintesi fra i due orientamenti contrapposti all’interno dell’Istituto, anche se certamente risulta più vicina alle posizioni espresse da Neumann, Gurland e Kirchheimer[26] . Fin da Ragione e rivoluzione, Marcuse accoglie così la lettura avanzata da Neumann nel Behemoth: «Le origini più profonde del fascismo – scrive in quell’occasione – si possono ricercare negli antagonismi tra lo sviluppo dei monopoli industriali e il sistema democratico»[27] . Egli infatti ritiene che le intuizioni di Pollock e Horkheimer – essenzialmente l’idea che il tardo capitalismo non crollerà dal suo interno – possano essere utilizzate con profitto solo se calate in una prospettiva più propriamente marxista.

Marcuse costruisce la sua interpretazione del nazismo a partire dal discorso di Hitler agli industriali tedeschi pochi mesi prima della sua ascesa al potere. Qui, infatti, «libero dagli usuali orpelli ideologici», emergono con chiarezza gli obiettivi e le motivazioni che guideranno il regime nazista. Il punto di partenza del ragionamento di Hitler è il principio della competitività e dell’efficienza che governa la vita privata e quella sociale: solo il competitore più forte ed efficiente può sopravvivere alla lotta fra diseguali che caratterizza la società moderna. Il primo obiettivo del nazionalsocialismo è quindi quello di restituire la Germania al suo ruolo di forte competitore nel mercato internazionale. Dopo la fine della prima guerra mondiale, la Germania ricostruì e modernizzò il suo apparato industriale con grande velocità, ma la contrazione del mercato interno, l’assenza di sbocchi per le esportazioni e le legislazioni sociali di Weimar impedivano di potere usufruire pienamente di quest’enorme apparato produttivo. La politica di potenza diventa la chiave per superare quest’impasse. Il funzionamento dell’apparato economico e lo sbocco sul mercato della grande quantità di scorte rimaste invendute possono essere garantiti solo dalla «decisione politica». Hitler si impegna così ad organizzare e coordinare l’intera nazione per l’espansione imperialista, certo che l’industria tedesca uscirà vincitrice dalla competizione internazionale[28] . L’iniziativa privata e il profitto sono quindi ancora la base dell’organizzazione della società nazista. «Le forti modificazioni e le limitazioni di quest’organizzazione – spiega Marcuse – corrispondono alle esigenze monopolistiche dello sviluppo dell’economia capitalistica stessa, e non mettono in discussione il principio dell’organizzazione dei rapporti di produzione»[29] . Il controllo totalitario dei rapporti sociali e individuali è infatti necessario per garantire ai grandi gruppi industriali europei di potere sfruttare a pieno regime l’enorme apparato industriale sviluppatosi dopo la fine della prima guerra mondiale. (back to top)

3.1 Stato e società sotto il nazismo

La principale di queste modificazioni consiste anche per Marcuse nella fine della distinzione moderna fra Stato e società: «L’interpretazione che cercheremo di sviluppare in questa sede – egli afferma in Stato e individuo sotto il nazionalsocialismo – è che il nazionalsocialismo ha soppresso i tratti distintivi che hanno caratterizzato lo Stato moderno. Esso tende ad abolire ogni separazione tra Stato e società attraverso il trasferimento delle funzioni politiche ai gruppi sociali attualmente al potere»[30] . Il Leviatano ha sempre riconosciuto un insieme di relazioni non soggette alla sua interferenza e lasciata all’autonomia «privata», tanto nella vita economica quanto in quella individuale. La sua interferenza in questo campo era consentita solo nella misura in cui salvaguardava e promuoveva questi diritti. Questa distinzione, tipica dello Stato di diritto, poteva durare finché l’economia tedesca fosse stata in grado di funzionare sulle proprie forze e i propri meccanismi «spontanei». In base alle nuove condizioni interne ed internazionali sintetizzate da Hitler, lo Stato deve assumersi in prima persona i rischi che l’imprenditore privato non può più assumersi, assicurando nuovi spazi per l’iniziativa imprenditoriale. Questa nuova funzione, tuttavia, non può essere svolta nel quadro dello Stato esistente: Per garantire la capacità industriale e la sua piena realizzazione, tutte le istituzioni intermedie che mitigavano le forze sociali ed economiche devono essere abbandonate; lo Stato deve identificarsi direttamente con gli interessi economici predominanti e ordinare tutte le relazioni sociali in base ai loro bisogni. Lo Stato deve così diventare l’agente esecutivo dell’economia.

Le esigenze dell’espansione imperialista impongono però anche dei pegni da pagare. Il raggiungimento della piena efficienza, necessaria per vincere nella competizione internazionale, impone infatti una forte regolazione del mercato, il coordinamento della produzione, il controllo degli investimenti e, soprattutto, la razionalizzazione del processo produttivo. Il principio dell’efficienza favorisce infatti i grandi cartelli ed i monopoli, tutte quelle imprese dotate delle attrezzature migliori, ed impone il sacrificio e l’esclusione dal processo produttivo di tutti quei gruppi sociali che non riescono a tenere il passo del big business. La crescita della capacità industriale su scala imperiale comporta infatti l’esclusione dal processo produttivo di tutte le imprese inefficienti, «la trasformazione degli ultimi borghesi indipendenti in vassalli dei monopoli, e l’asservimento del proletario atomizzato». Nel suo discorso, Hitler ricordava anche che buona parte della popolazione tedesca non era disposta a sacrificare i propri desideri e la propria vita per l’espansione imperialista e che lo Stato democratico dava loro la possibilità e i mezzi per esprimere questa riluttanza[31] . La nuova situazione impone quindi, in definitiva, una immediata trasformazione delle relazioni economiche in relazioni politiche: l’espansione economica deve essere integrata e promossa dall’espansione politica. Per potere raggiunge e sviluppare quest’obiettivo, i ceti dominanti devono così rinunciare alle libertà garantite dallo Stato di diritto: «nella misura in cui le forze economiche diventano direttamente forze politiche, esse perdevano il loro carattere indipendente. Esse potevano sbarazzarsi delle loro limitazioni e dei loro disordini interni solo rinunciando alla propria libertà»[32] .

Venuto meno lo iato tra Stato e società non vi è quindi più contraddizione tra il contenuto sociale e la forma politica della società tedesca. La struttura antagonistica della società si sposta e si generalizza anche al sistema politico. Il nazismo – spiega Marcuse – ha prodotto una nuova divisione del potere: «Lo Stato nazionalsocialista emerge come la sovranità tripartita dell’industria, del partito e dell’esercito, che si sono divisi fra di loro quello che un tempo era il monopolio della forza legittima»[33] . Otto Kirchheimer parla a questo proposito di un «mutamento nella struttura del compromesso politico». La teoria politica moderna – egli spiega – ha stabilito un rapporto profondo fra il compromesso politico – gli accordi per mezzo del quale individui e gruppi sociali arrivano a delle decisioni politiche – e il governo delle società industriali. Ai diversi stadi della società capitalistica sono così corrisposte forme sempre più complesse di compromesso politico. Nella transizione dal capitalismo concorrenziale al capitalismo monopolistico il compromesso politico, che prima veniva concepito come compromesso tra individui sulla base del modello competitivo della società liberale, si trasforma in un compromesso fra gruppi d’interesse, nel «compromesso tra grandi organismi sociali e politici dello Stato “pluralistico”». Sotto il nazionalsocialismo il compromesso consiste così in una modalità pattizia con cui i capi dei ceti dominanti distribuiscono poteri e compensi: Di questa nuova modalità il Führer è il luogo del compromesso finale, il luogo in cui è possibile ridurre ad un denominatore comune «l’interesse dei diversi “compagni di compromesso”». La sua decisione suprema viene accettata tanto più essa assume la forma e la funzione di garanzia permanente dell’ordine imperialista. «È questa interdipendenza tra l’indiscutibile autorità del gruppo dirigente e il programma di espansione che propone il caratteristico fenomeno della struttura di compromesso dell’ordinamento fascista». È quindi il vertice supremo che fa da arbitro tra i gruppi. «Ma il suo potere si fonda sulla capacità di compensare ogni sacrificio di gruppo con vantaggi che finiscono per realizzarsi solamente sul piano internazionale: ossia sul piano della politica imperialistica»[34] .

Marcuse assume pienamente la lettura di Kirchheimer. Il sistema nazista – egli spiega – è tutt’altro che omogeneo. Le tre gerarchie al potere si scontrano spesso fra di loro e si dividono al loro interno. Nonostante queste tendenze centrifughe, i conflitti non vengono alla luce per la più profonda armonia che tiene insieme gli interessi dell’industria, del partito e dell’esercito. «Quest’armonia – afferma Marcuse – è simboleggiata nella figura del Führer. Dal punto di vista ideologico, egli incarna la razza germanica, la sua infallibile volontà e conoscenza e il luogo della sovranità suprema. In realtà, egli è il soggetto per mezzo del quale gli interessi divergenti delle tre gerarchie al potere vengono coordinati e indotti come interessi nazionali. Egli media tra le forze in competizione; è il luogo del compromesso finale, piuttosto che quello della sovranità. La sua decisione può essere autonoma, in particolare per gli affari minori, ma non è più libera di quella degli altri, perché deriva ed è legata alla filosofia e alla politica dei gruppi imperialisti dominati che ha servito fin dall’inizio»[35] . Una posizione simile è sostenuta anche da Neumann. Anche per lui infatti «le decisioni del Führer sono semplicemente il risultato dei compromessi» fra i gruppi al potere. Egli tuttavia descrive una quadripartizione del potere, aggiungendo anche la burocrazia fra i gruppi che si dividono la sovranità. Sotto il nazismo – egli spiega – la società è «organizzata in quattro gruppi centralizzati, ciascuno operante secondo il Führerprinzip, ciascuno con un potere legislativo, esecutivo e giudiziario autonomi». Per giungere a un’integrazione non è necessaria né una legge universale né una burocrazia razionalmente operante. Non vi è bisogno di uno Stato al di sopra di questi gruppi. È infatti sufficiente che i diversi settori si accordino informalmente su una erta politica. I quattro corpi poi provvederanno a rendere esecutive queste decisioni all’interno dei loro apparati. «È perciò impossibile – conclude Neumann – identificare nella struttura del sistema politico nazionalsocialista un qualsiasi organo che detenga il monopolio del sistema politico»[36] .

Marcuse assegna alla burocrazia una funzione diversa all’interno del sistema di potere nazionalsocialista: «La struttura dello Stato nazionalsocialista – egli spiega – non è tuttavia sufficientemente delineata attraverso questa sovranità tripartita fra industria, partito, esercito e il Führer come luogo del compromesso finale. Le forze in competizione eseguono le decisioni prese attraverso una burocrazia che è nello stesso tempo fra le amministrazioni più altamente razionalizzate ed efficienti dell’era moderna e l’ultimo elemento peculiare del Terzo Reich, in larga parte identica alla burocrazia legittima della Repubblica di Weimar, purgata dei suoi membri “inaffidabili”. Il terrore che tiene insieme la società nazionalsocialista non è solo quello dei campi di concentramento, delle prigioni e dei pogrom; non è solo il terrore dell’assenza di leggi, ma anche quello meno evidente, ma non meno efficiente, della burocratizzazione»[37] . Se quindi per Neumann la burocrazia ha perduto la sua funzione «universale» ed è diventata uno dei soggetti in causa nella nuova struttura di compromesso, per Marcuse invece la burocrazia filtra le decisioni e gli antagonismi fra i gruppi al potere. In un certo senso, ha le stesse funzioni del Führer di garanzia di unità per una struttura altamente conflittuale. Questa diversa lettura del ruolo della burocrazia spiega, probabilmente, perché Marcuse, pur assumendo la linea interpretativa del Behemoth, non usa mai l’espressione «non-Stato», su cui invece si regge l’argomentazione di Neumann. Marcuse tende infatti a sottolineare la convivenza non contraddittoria all’interno del regime nazista della violenza terroristica e della razionalizzazione. Per Marcuse il nazismo è una forma di «tecnocrazia», un esempio evidente delle modalità in cui un’economia altamente sviluppata e razionalizzata può operare nell’interesse dell’oppressione. «Nella Germania nazista – egli afferma – il regno del terrore non solo è sostenuto dalla forza bruta, estranea alla tecnologia, ma anche dall’ingegnosa manipolazione del potere insito nella tecnologia: l’intensificazione del lavoro, la propaganda, l’addestramento dei giovani e operai, l’organizzazione della burocrazia governativa, industriale e di partito – tutti strumenti del terrore quotidiano del nazismo – si attengono alle direttive della massima efficienza tecnologica. Questa tecnocrazia terroristica non si può attribuire alle eccezionali esigenze dell’ “economia di guerra”; quest’ultima non è che lo stato normale di quell’ordinamento nazionalsocialista del processo sociale ed economico, di cui la tecnologia rappresenta uno dei principali stimoli»[38] . La vera novità introdotta del nazionalsocialismo consiste nello sviluppo di una nuova forma di razionalità come strumento di dominio di massa – la «razionalità tecnica» o «tecnologica» – che «funziona secondo criteri di efficienza e precisione, ma nello stesso tempo è separata da tutto ciò che la lega ai bisogni umani e ai desideri individuali, ed è interamente adattata ai bisogni di un apparato di dominio onnicomprensivo»[39] . Sotto il nazismo tutte le relazioni sociali sono infatti assorbite nella logica oggettiva della velocità, della precisione e dell’efficienza. Il regime nazista funziona come un’impresa e potrebbe essere paragonato ad «un gigantesco cartello monopolistico» – o ad una «campagna pubblicitaria» – che si avvia a conquistare il mercato mondiale: «L’avvento del Terzo Reich – afferma Marcuse – è l’avvento del più efficiente e inarrestabile concorrente». Gli uomini e il loro lavoro organizzato sono solo mezzi per il mantenimento dell'apparato. Il nazionalsocialismo ha trasformato tutte le relazioni sociali in funzioni minuziosamente supervisionate e controllate di quest’apparato. Tutte le relazioni umane sono assorbite nell’ingranaggio oggettivo del controllo e dell’espansione. Lo Stato nazista funziona così con l’efficienza e la precisione di una macchina: «Lo Stato – una macchina: questa concezione materialista riflette la realtà nazionalsocialista decisamente meglio delle teorie della comunità razziale e dello Stato padrone». Questa macchina sembra muoversi in virtù della sua stessa necessità, ma al tempo stesso è flessibile ed obbediente al più piccolo cambiamento nell’assetto dei gruppi dominanti. Sebbene il regime presenti il suo Stato come il governo personale di certe figure potenti; in realtà, le persone soccombono ai meccanismi dell’apparato[40].
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3.2. La mentalità nazista

Il fatto che l’ordine nazionalsocialista non abbia mutato le relazioni fondamentali che governano la società e l’economia tedesca, non deve quindi portare a descriverlo come una semplice restaurazione delle forze e degli interessi che erano stati minacciati durante gli anni della Repubblica di Weimar. Lo Stato nazionalsocialista realmente esistente ha infatti poco in comune con la struttura politica del vecchio Reich. Il nazismo ha infatti abolito i residui di feudalesimo (la concentrazione della grande proprietà ha infatti un contenuto prettamente capitalistico); ha abolito la posizione relativamente indipendente dei gruppi che non riescono a tenere il passo delle imprese su larga scala (le piccole e medie imprese). Il libero mercato è stato irreggimentato e sono state erette forme dirette di controllo politico. Più in generale ha adattato radicalmente le relazioni e le istituzioni sociali alla politica di espansione imperialista su scala continentale. Il nazionalsocialismo può essere descritto come la forma specificamente tedesca di adattamento della società ai bisogni dell’industria su larga scala; «è la prima ed unica “rivoluzione borghese” in Germana, arrivata nella fase dell’industria su larga scala e dunque che salta o condensa le precedenti fasi di sviluppo». Prima dell’ascesa del nazismo la razionalità pragmatica necessaria allo sviluppo di una società pienamente borghese non aveva ancora fatto presa sulla società tedesca. Il protrarsi di retaggi feudali ha impedito che forme di organizzazione e controllo tipiche della società borghese non mettessero radici nella società tedesca. Il nazionalsocialismo è riuscito quindi a saltare e condensare le precedenti fasi dello sviluppo capitalistico riuscendo a mettere la Germania al livello delle altre potenze imperialiste. «L’intera mentalità è quella del late-comer che cerca di irrompere con mezzi terroristici nel sistema di potere radicato»[41] . Il nazionalsocialismo è così riuscito a consolidare il vecchio ordine sociale sviluppandone uno nuovo: «Il nazionalsocialismo – afferma Marcuse – non è né una rivoluzione assolutista, né socialista, né tantomeno nichilista. Il Nuovo Ordine ha un contenuto affermativo: organizzare la forma più aggressiva e distruttiva di imperialismo che l’età moderna abbia mai conosciuto»[42] . Quest’adattamento radicale delle relazioni e delle istituzioni sociali alle necessità dell’espansione imperialista richiede al contempo una non meno radicale trasformazione della mentalità e dei modelli di comportamento tradizionali. Anch’essa è permeata dalla logica e dai criteri della razionalità tecnologica[43] : La mentalità nazista è così pervasa dal disincanto e da un cinico realismo. La popolazione tedesca è portata infatti a misurare ogni aspetto della vita politica e sociale in termini di efficienza, utilità e successo. Questa nuova mentalità è quindi espressione di un modello altamente razionalizzato di organizzazione sociale: «La nuova mentalità è, anche nei suoi aspetti più irrazionali, il risultato di un processo di “razionalizzazione” totalitaria che rimuove le inibizioni morali, lo spreco e l’inefficienza che si frappongono all’inesorabile conquista economica e politica»[44] .

Marcuse produce questa lettura della mentalità nazista nel pieno del secondo conflitto mondiale. A quel tempo, la vulgata dominante negli Stati Uniti descriveva il nazismo come il risultato inevitabile delle radici culturali irrazionali del mondo germanico, sottolineando quindi la filiazione diretta del nazionalsocialismo da Lutero, Herder o Nietzsche.[45] Secondo Marcuse, queste spiegazioni sono tuttavia infruttuose per una reale comprensione della nuova mentalità tedesca, oltre che scorrette sul piano dell’analisi e della ricostruzione[46] . Queste letture sembrano in particolare trascurare la rottura fondamentale che il nazionalsocialismo ha operato con la cultura tradizionale tedesca anche sul piano ideologico e delle mentalità diffuse. All’interno della nuova mentalità tedesca convivono, secondo Marcuse, due diversi livelli: quello mitologico, centrato sul paganesimo, il razzismo, il naturalismo sociale, che attinge dalla metafisica tradizionale tedesca, e quello pragmatico, centrato sul realismo, la filosofia dell’efficienza e del successo, della meccanizzazione e della razionalizzazione, con cui la nuova mentalità si adatta perfettamente ai bisogni e ai valori della società monopolistica. Non si tratta però di due mentalità in competizione e fra di loro contrapposte. I due livelli rappresentano piuttosto due facce di uno stesso fenomeno: «In realtà – scrive Marcuse – vi è un’unica mentalità, un’unica logica, un unico linguaggio, e la loro forma bifronte è determinata, pervasa ed unificata da una stessa razionalità»[47] . La specificità della mentalità nazista consiste proprio nella sua capacità di unire mitologia e tecnologia, in una visione del mondo in cui il Blut und Boden emerge come una titanica impresa meccanizzata che forgia gli uomini con una precisione automatica, un mondo in cui l’unico ideale sono i «fatti bruti».

Questo rapporto bifronte appare evidente nell’uso del linguaggio da parte del regime. Il linguaggio nazista ha per Marcuse un carattere strettamente tecnico e viene utilizzato per giustificare l’espansione imperialista. I suoi concetti sono pragmaticamente orientati e svolgono una funzione strettamente operativa. Ha dunque il carattere della propaganda e dell’indottrinamento. Come ogni linguaggio tecnico, anche quello nazista deve attingere però ad una comunità linguistica «sovra-tecnica» di desideri, emozioni, sentimenti ed impulsi, da cui ricavare la propria capacità attrattiva. «La strana qualità della cultura tedesca – spiega Marcuse – è stata descritta con predicati quali trascendentale, romantica, dinamica, informe, tetra, pagana, innerlich, primordiale. Tutti questi predicati sembrano descrivere una forma di pensiero e di sentimento che trascende la realtà empirica, e la trascende su basi che sono esse stesse trascendentali. Tale forma mette in questione questa realtà giudicandola a partire da un regno che è difficile da catturare e da definire, un regno espresso dai concetti specificamente tedeschi di natura, passione (Leidenschaft), Seele, Geist. Nello scontro fra questi due regni le spinte, gli impulsi e le azioni degli uomini diventano forza esplosiva e distruttiva, che minaccia l’intero schema dei freni sociali»[48] . Questi elementi sono in netta contraddizione con la razionalità, la chiarezza, la calcolabilità tipiche dell’ordine e della mentalità borghese. Contraddizione che emerge in modo evidente nell’uso del concetto di «natura»: nel pensiero e nella sensibilità tedesca la natura non è infatti qualcosa che l’uomo può utilizzare o deve dominare; essa è invece fonte indipendente degli impulsi e dei desideri fondamentali dell’uomo. La natura ha quindi una dimensione critica nei confronti della civiltà perché possiede valori e criteri che vanno oltre quelli che guidano la società, che quindi è secondaria ed estranea ai valori fondamentali della natura umana.

Sotto il nazismo, questa tradizione culturale «critica» è sottoposta ad una torsione che ne capovolge il contenuto originario. La comunità linguistica metafisica viene infatti razionalizzata e forzata in un linguaggio strettamente pragmatico al servizio della razionalità tecnologica che guida l’espansione imperialista. Il fulcro della mentalità nazista consiste proprio in questa continua interazione di mitologia e tecnologia, di razionalizzazione dell’irrazionale, dove quest’ultimo mantiene la sua forza, ma viene utilizzato al servizio del processo di razionalizzazione. Il nazismo è riuscito così ad utilizzare il livello mitologico della mentalità tedesca, la sua critica della Zivilisation borghese, per favorire lo sviluppo della razionalizzazione estrema richiesta dall’obiettivo dell’espansione imperialista, privando però la metafisica tedesca della sua carica «trascendente», la sua latente critica della civiltà, anche se questa rimaneva «al di là del bene e del male», senza un vero e proprio sbocco politico.

Per rendere la società tedesca conforme alle esigenze della tecnologia del dominio, il nazismo ha avuto bisogno al tempo stesso di distruggere alcuni valori borghesi che strutturavano una società al tempo stesso moderna nelle forme produttive, ma tradizionale nei rapporti umani e pubblici. Lo spirito della mitologia tedesca viene così utilizzato dal regime come educazione al realismo cinico. «Il nazionalsocialismo – scrive Marcuse – ha inculcato nella testa dei suoi seguaci l’idea che il mondo è un’arena in cui i competitori più potenti ed efficienti vincono la corsa, e che quanto di meglio può fare chi vuole godersi la vita è dimenticare tutte le idee trascendentali che impediscono un uso efficace dei propri mezzi, e orientarsi verso un duro realismo»[49] . I concetti chiave della filosofia nazista – popolo, razza, sangue, terra – servono a sostituire le relazioni sociali con relazioni «naturali». Questi sembrano più concreti e tangibili rispetto alle idee astratte «umanitarie» della civiltà occidentale. La naturalità dei rapporti favorisce così l’accettazione dell’esistente – e delle compensazioni materiali alla perdita delle libertà democratiche – considerato ormai un «fatto» concreto. La filosofia nazionalsocialista rappresenta quindi la fine della metafisica tedesca, «la sua liquidazione attraverso una razionalità tecnologica totalitaria». Trasformando gli elementi mitologici della mentalità tedesca in strumenti di controllo totalitario e di conquista, il nazismo li ha privato del loro contenuto metafisico. «Il loro valore diventa esclusivamente di tipo operativo: vengono resi parte della tecnica di dominio».
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3.3. Sull’antisemitismo

Nell’analisi del nazismo di Marcuse è assente una trattazione specifica dell’Olocausto, che rappresenta invece un tema costante nelle principali interpretazioni del nazionalsocialismo. Per Marcuse, l’antisemitismo è parte integrante dell’offensiva più generale che il fascismo conduce contro la società razionale. L’ebreo, in altri termini, finisce per simboleggiare tutti i nemici della società fascista: il cristianesimo, la religione, il razionalismo, il materialismo, il liberalismo individualistico e il socialismo collettivistico. Come per Neumann, quindi, anche per Marcuse l’antisemitismo è interpretabile all’interno della più generale teoria della società fascista o totalitaria.[50] Per Neumann l’antisemitismo e la legislazione contro gli ebrei svolgono una funzione ideologica decisiva. In primo luogo, l’antisemitismo serve a soddisfare i desideri anticapitalistici del popolo tedesco, dimostrando che, seppur a figure sociali determinate, la proprietà non è intangibile. In secondo luogo, l’antisemitismo in Germania è un’espressione del rifiuto della moralità cristiana, limitato però al semitismo, perché il cristianesimo è troppo radicato nel popolo tedesco. L’antisemitismo consente anche di giustificare l’espansione ad est, ma soprattutto svolge una funzione politica interna: razzismo e antisemitismo sono sostituti della lotta di classe. «La comunità di popoli ufficialmente riconosciuti che prende il posto della lotta di classe – egli spiega – necessita di un elemento di integrazione. Carl Schmitt ha giustamente intuito che la politica è una lotta contro un nemico da sterminare. Il nuovo nemico è l’ebreo. Accumulando tutto l’odio, tutto il risentimento, tutta la sofferenza su un solo nemico facile da sterminare e incapace di resistere è possibile integrare la società ariana in un insieme». Questa funzione politica interna porta così Neumann ad affermare che la soluzione finale non potrà essere applicata realmente nella sua interezza. «Il nemico non può e non deve scomparire; deve essere sempre tenuto pronto per potergli attribuire tutti i mali originati nel sistema socio-politico»[51] .

La marginalità nell’opera di Marcuse del problema dell’antisemitismo è particolarmente significativa, soprattutto se paragonata alla centralità che al tema assegnano in quegli stessi anni Max Horkheimer e Theodor Adorno. Il problema dell’antisemitismo costituisce fra l’altro il principale progetto di ricerca portato avanti in quegli anni dall’Istituto per la ricerca sociale: gli Studies on Anti-Semitism, finanziati dall’American Jewish Committee e pubblicati parzialmente nel secondo dopoguerra con il titolo più generico di Studies on Prejudice per non turbare troppo la suscettibilità della comunità ebraica statunitense, restia ad ammettere tendenze antisemite all’interno della società d’oltreoceano (lo stesso discorso vale per il primo e più conosciuto volume degli Studies, quello su La personalità autoritaria – curato fra gli altri da Theodor Adorno – intitolato originariamente The Anti-Semitic Personality).[52] Impegnato in quel periodo nelle attività governative, il contributo di Marcuse sembra apparentemente essersi limitato in questo caso alle fasi preliminari di elaborazione del progetto da sottoporre ai finanziatori e alla partecipazione ai seminari preparatori che, come d’abitudine, venivano organizzati dai membri dell’Istituto, e in quest’occasione aperti anche ad alcuni rappresentanti dell’American Jewish Committee. Di quest’attività preparatoria resta una lettera del 1943, scritta da Leo Löwenthal a Marcuse, sufficiente tuttavia a chiarire le linee fondamentali dell’interpretazione marcusiana dell’antisemitismo.[53] Löwenthal, in particolare, cerca di rispondere ad alcune critiche mossegli da Marcuse in una lettera scritta qualche giorno prima a Pollock (andata perduta) e personalmente in una serie di colloqui informali. Dal testo si evince la necessità secondo Marcuse di sostituire la teoria sostenuta da Löwenthal nel corso di una di queste discussioni preparatorie – quella del «capro espiatorio» (scapegoat theory) – con quella che Neumann aveva definito teoria della «testa di lancia» (spearhead theory) o anche teoria della «prova generale» (dress rehearsal theory), in grado a suo avviso di stabilire più efficacemente una relazione causale fra l’antisemitismo e le sue vittime.

Sebbene Löwenthal condivida l’aspirazione marcusiana ad arrivare ad un’interpretazione complessiva della relazione che il fenomeno dell’antisemitismo intrattiene con il regime fascista, egli tuttavia considera fuorviante l’uso dei termini «testa di lancia» o «prova generale» – perché, implicitamente, essi presuppongono che lo sterminio degli ebrei sia un fenomeno preparatorio, quando invece l’antisemitismo totalitario si vuole come «soluzione finale» – ed è piuttosto restio a scartare la teoria del «capro espiatorio», quella cioè che identifica nell’uso politico dell’antisemitismo da parte dell’ordine totalitario un diversivo capace di scaricare sull’ebreo tutte le forme di malessere politico e quindi di purificare e risolvere tutti i problemi sociali (che egli, per questo motivo, preferisce chiamare diversion theory). Secondo Löwenthal, questa posizione – di fatto non incompatibile con la lettura proposta da Marcuse – non è tuttavia sufficiente a mettere in luce le ragioni che fanno degli ebrei un «nemico universale». La seconda parte della sua lettera si dedica così a ricostruire il mutamento di status del popolo ebraico nel passaggio dalla società pre-totalitaria a quella totalitaria, anticipando alcuni dei temi sviluppati poi da Horkheimer e Adorno negli Elementi dell’antisemitismo (che infatti riconoscono esplicitamente la collaborazione di Löwenthal all’elaborazione delle prime tre tesi degli Elementi):[54] di fronte alle nuove forme monopolistiche assunte dallo sviluppo capitalistico – anomizzazione e collettivizzazione della classe dominante, burocratizzazione e mediatizzazione dei ceti medi – per la prima volta nella storia moderna (capitalistica) gli ebrei, come gruppo sociale, non sono più in grado di svolgere quelle funzioni pionieristiche di intermediazione economica che nel corso del diciannovesimo secolo li avevano resi rappresentativi dell’impresa borghese individualistica. Privi di una vera tradizione burocratica e recalcitranti all’uniformizzazione e alla sincronizzazione della sfera ideologica, gli ebrei sono così divenuti rappresentativi della «cattiva coscienza borghese» e del passato capitalistico fondato sulla libera impresa e sulla competizione, canalizzando l’odio tanto di quegli strati della borghesia che fioriscono sulla burocratizzazione, quanto di quelli che tendono ad essere distrutti dai processi di concentrazione economica.

In definitiva, le differenze sul tema dell’antisemitismo fra la posizione di Marcuse e la linea maggioritaria in seno alla Scuola di Francoforte riflettono il diverso rapporto – più «laico» - che Marcuse, rispetto ad altri “francofortesi”, intrattenne con le sue origini ebraiche. Questo tuttavia non significa che Marcuse trascuri o, peggio ancora, relativizzi il problema dell’Olocausto. In un carteggio con Heidegger all’indomani della fine del conflitto mondiale, ad esempio, Marcuse risponde stizzito all’equiparazione che l’autore di Essere e tempo fa del genocidio ebraico perpetrato dai nazisti con la deportazione dei tedeschi orientali operata dagli Alleati – una tesi sostenuta poi dai teorici revisionisti: «Con questa affermazione – risponde Marcuse ad Heidegger – Lei non si pone al di fuori della dimensione in cui, in generale, ogni conversazione è possibile – fuori dal Logos ? Perché solo fuori della dimensione della «logica» è possibile spiegare, relativizzare, «comprendere» un crimine, affermando che gli altri hanno fatto la stessa cosa. Ed ancora: com’è possibile mettere sullo stesso piano la tortura, la mutilazione, l’annichilimento di milioni di uomini, con il trasferimento forzato di gruppi di popolazione che non hanno sofferto nessuno di questi oltraggi (a parte forse casi molto eccezionali) ? Oggi il mondo vede che la differenza fra i campi di concentramento nazisti e le deportazioni e gli internamenti degli anni del dopoguerra rappresenta la differenza tra ciò che è umano e ciò che è disumano».[55] Proprio questa equiparazione segnerà definitivamente la fine dei rapporti fra Marcuse e il suo primo maestro. Per Marcuse, in ultima analisi, l’antisemitismo è un sintomo tragico della nuova configurazione del mondo capitalistico contemporaneo. Il suo interesse nei confronti della Shoah, tuttavia, è filtrato dal prioritario interesse «politico» nei confronti delle nuove forme di dominio capitalistico, di cui il nazismo rappresenta la prima violenta manifestazione.
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3.4. Jünger e la mobilitazione totale

L’obiettivo prioritario dell’espansione imperialista richiede la coordinazione dall’alto di tutto il processo produttivo e delle varie macchine amministrative sotto il criterio dell’efficienza assoluta e della competitività. Il regime ha definito questo processo come Gleichschaltung o sincronizzazione. Per Marcuse il termine assurge a simbolo più generale dell’irreggimentazione totalitaria della società tedesca. Marcuse ricorre in questo caso alla figura jüngeriana della mobilitazione totale. Per Jünger le necessità catastrofiche della guerra mondiale impongono agli Stati di coinvolgere «le potenze della nascente democrazia nazionale». L’enorme aumento dei costi rende infatti impossibile provvedere alla guerra con i metodi tradizionali. Per «mantenere in moto la Macchina» è necessario sfruttare fino in fondo le capacità produttive della nazione. La trasformazione della società è così segnata dall’orizzonte della tecnica. In questo processo la libertà individuale è sottoposta a pesanti limitazioni: sotto la pressione impetuosa della sovrapposizione fra tecnica e conflitto gli ambiti tradizionalmente separati dello Stato e della società – e le loro manifestazioni contemporanee del liberalismo o della socialdemocrazia – finiscono infatti per essere travolti dall’energia magmatica che governa la società e il progresso. La prima guerra mondiale segna così la transizione dalla «mobilitazione generale» alla «mobilitazione totale». L’immagine della guerra tende cioè a sfumare sempre di più in un gigantesco processo di lavoro. «Accanto agli eserciti che si affrontano sui campi di battaglia – scrive Jünger – sorgono eserciti di nuovo tipo, l’esercito dei trasporti, dell’approvvigionamento, dell’industria degli armamenti: in generale, l’esercito del lavoro». Non esiste più infatti alcuna attività che non sia collegata in una qualche forma con l’attività bellica. Mobilitazione totale significa quindi essenzialmente lo sfondamento della prospettiva e della rappresentazione della guerra anche nello stato di pace. La mobilitazione per la guerra implica anche la politica della mobilitazione. La vita «ricorda il preciso ritmo di lavoro di una turbina alimentata dal sangue». Quest’orizzonte continua ad operare anche quando la guerra non è operativa. La mobilitazione totale diventa cioè la nuova forma della politica[56] .

Della mobilitazione totale jüngeriana Marcuse accoglie la fenomenologia, ma ne rigetta la metafisica e gli assunti politici. Le conclusioni cui Jünger giunge sono infatti per Marcuse quelle su cui, oggettivamente, il regime costruirà la sua politica, anche se i testi su cui Marcuse costruisce la sua analisi sono precedenti all’avvento del nazismo. «Il compito della mobilitazione totale – afferma Jünger – è quella trasformazione della vita in energia che nell’economia, nella tecnica e nel traffico si manifesta nel mulinare delle ruote o, sul campo di battaglia, in fuoco e movimento»[57] . Per Jünger, l’evidenza della nuova mobilitazione sancisce anche la sua inevitabilità. Essa è espressione e manifestazione del progresso a cui gli uomini sono sottomessi. «La mobilitazione totale non è tanto eseguita – egli afferma – quanto piuttosto essa stessa si esegue». Da questo punto di vista, il movimento della mobilitazione ha una sua autonoma tendenza all’organizzazione, capace di tenere insieme ordine e disordine. L’eroismo consiste così nella «disponibilità alla mobilitazione». Questo è il compito dell’Arbeiter, il nuovo soggetto post-umanistico, cui spetta il compito di realizzare una nuova forma politica adeguata ai tempi: «il socialismo e il nazionalsocialismo sono le due grandi macine da mulino fra le quali il progresso tritura i resti dell’antico mondo, ed infine anche se stesso». L’avvento della mobilitazione totale ha spazzato via l’illusione che le due fossero opzioni contrapposte. Le masse che per un secolo si sono divise scegliendo una fra queste opzioni sono ora poste sotto un unico denominatore comune. «È uno spettacolo grandioso e terribile vedere i movimenti delle masse, sempre più uniformate, e lo spirito del mondo stendere su di essi le sue reti. Ogni movimento rende l’imprigionamento sempre più rigido e implacabile: sono qui all’opera sistemi di coercizione più forti della tortura, tanto forti che l’uomo si consegna ad essi salutandoli con entusiasmo». Il compito dell’Arbeiter è quindi quello di riconoscere l’evidenza e assumerla in prima persona: «Dietro ogni via di fuga che assuma a proprio simbolo la felicità stanno in agguato il dolore e la morte. Felice chi, in questi spazi, avanza armato !»[58] L’unione di socialismo – inteso come totale socializzazione della vita – e nazionalismo è quindi l’approdo della riflessione jüngeriana. Un’unione che il nazionalsocialismo ha trasformato in forza storica e movimento politico. In questo senso, quella di Jünger è «la più acuta interpretazione nazionalsocialista» del nuovo ordine capitalista[59].
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3.5. Dalla libertà alla sicurezza: la Gleichschaltung nazionalsocialista

La Gleichschaltung nazista segna così l’ingresso nell’era del totalitarismo. L’analisi di Marcuse, tuttavia, capovolge le ipotesi tradizionali che a quel tempo individuavano nel carattere totalitario dello Stato e nel carattere autoritario della società i tratti distintivi della Germania nazista[60] . A suo avviso, non è lo Stato ad essere diventato «totalitario», ma la società nel suo complesso: le stesse necessità che impongono una organizzazione autoritaria della società, richiedono infatti l’abbattimento delle barriere che separano l’individuo dalla società. Esse richiedono, in altri termini, la conquista di una nuova frontiera del dominio: la sfera privata, che deve essere politicizzata e posta al servizio dell’espansione imperialistica. «Durante l’era liberale – scrive Marcuse –l’individuo veniva distinto dalla società attraverso il riconoscimento della differenza fra il suo lavoro e il suo tempo libero. Con il nazionalsocialismo questa distinzione, come quella fra società e Stato, è stata abolita completamente»[61] . All’abolizione della distinzione fra Stato e società corrisponde così la soppressione della separazione fra individuo e società. Si tratta di una vera svolta epocale che Horkheimer e Adorno hanno descritto con il concetto di socializzazione totale: «La socializzazione – essi affermano nelle Lezioni di sociologia – colpisce il singolo, come pretesa entità solo biologica, non più soltanto dall’esterno, ma investendo l’individuo nella sua stessa interiorità e facendone una monade della totalità sociale: in questo processo la progressiva razionalizzazione, in quanto standardizzazione dell’uomo, si accompagna a una regressione altrettanto progressiva»[62] . Per Marcuse, tuttavia, la «colonizzazione» delle coscienze individuali è solo il sottoprodotto di una trasformazione strutturale del modello economico capitalistica ed ha il suo centro proprio nella trasformazione del processo produttivo, nelle nuove forme dello sfruttamento capitalistico della forza lavoro: «lo stesso principio d’efficienza che nell’organizzazione degli affari porta all’irreggimentazione dell’industria, a vantaggio dei cartelli più potenti – egli spiega in Stato e individuo sotto il nazionalsocialismo – porta nell’organizzazione del lavoro alla mobilitazione totale della forza lavoro».

Secondo Marcuse, l’assimilazione del tempo libero al tempo di lavoro svolge una duplice funzione. In primo luogo, essa è una necessità «economica»: per sostenere l’obiettivo dell’espansione imperialista e rispettare il principio inderogabile del principio d’efficienza, il regime necessità infatti di un’applicazione estrema della forza lavoro, di una vasta riserva di manodopera e di un allenamento fisico ed intellettuale per lo sfruttamento di tutte le risorse umane e naturali conquistate. La sempre maggiore produttività del lavoro è la condizione necessaria per l’esistenza e la sopravvivenza delle imprese tedesche. Il regime nazionalsocialista pone quindi come priorità il mantenimento e l’incremento della forza lavoro. A questo fine ha introdotto un elaborato sistema di educazione fisica, morale ed intellettuale che mira ad incrementare l’efficienza del lavoro attraverso metodi e tecniche scientifiche estremamente raffinate. Vige il criterio della razionalizzazione: i salari vengono differenziati a seconda dell’efficienza del singolo lavoratore e vengono create istituzioni psicologiche e tecnologiche con il compito di studiare metodi appropriati per accrescere la produttività dei lavoratori e per contrastare gli effetti dannosi della meccanizzazione. L’estensione dell’organizzazione «taylorista» oltre i confini della fabbrica è il necessario supplemento: «Fabbriche, scuole, campi di allenamento, arene sportive, le istituzioni culturali e l’organizzazione del tempo libero sono veri e propri laboratori di “organizzazione scientifica” del lavoro»[63] . Il tempo libero, lasciato alla determinazione individuale, anziché rigenerare le energie spese al lavoro, minaccia di esaurirle, a scapito del profitto, dunque. Il nazionalsocialismo ha scoperto così una nuova frontiera: la prestazione dell’individuo può essere resa molto più efficace se il suo tempo libero viene esteso e reso più attraente.

La mobilitazione del tempo libero svolge anche una funzione «politica» repressiva, diretta a prevenire la formazione e la cristallizzazione di un interesse comune fra i lavoratori. «Attraverso la mobilitazione del tempo libero, il nazionalsocialismo si è imbattuto nell’ultimo baluardo dietro il quale continuavano a vivere gli elementi progressisti dell’individualismo. Il fatto stesso che, durante l’era pre-fascista, l’individuo poteva stare “solo con se stesso” (nel suo tempo libero) e in questo modo astenersi da ogni forma di prestazione competitiva, gli lasciava almeno la possibilità di sfuggire al contesto repressivo della sua vita professionale»[64] . Questa conquista della sfera privata individuale muta drasticamente lo status di individuo delle classi dominate, ora ridotto «ad un numero nella “folla”». Favorendo la tendenza all’assimilazione nella struttura organizzativa e psicologica dell’apparato, l’irregimentazione del tempo libero guidata dal regime ha infatti prodotto un mutamento e una trasformazione nella struttura dell’opposizione sociale: «il Terzo Reich – afferma Marcuse – è uno “Stato delle masse” nel quale tutte le forze e gli interessi individuali vengono sommersi in una massa umana emozionale, sagacemente manipolata dal regime».[65] L’analisi di Marcuse è però diversa dalle tesi di Lederer. Per quest’ultimo, la folla «è, indubbiamente, composta di individui – ma di individui che cessano di essere isolati, che cessano di pensare. L’individuo isolato nella folla continua a pensare, criticando le reazioni emotive. Gli altri, d’altronde, smettono di pensare: essi si commuovono, si entusiasmano, si esaltano; si sentono uniti nella folla a persone a loro uguali, libere da ogni inibizione; si sono trasformati e non sentono alcun legame con i loro precedenti status mentis»[66] . Marcuse capovolge completamente questa logica. Le masse sono composte da individui, ognuno dei quali segue i suoi interessi più primitivi, e la loro unificazione è data dal fatto che questo interesse è ridotto solo all’istinto di autoconservazione[67] . La Gleichschaltung degli individui nella massa ha intensificato la loro atomizzazione e il loro isolamento reciproco. L’aggressività liberata accentua quindi il loro precedente «status mentis». L’uguagliamento degli individui nella massa «segue soltanto il modello sul quale la loro individualità è stata precedentemente forgiata»[68] . Il nazismo non ha quindi dato vita ad una forma, seppur perversa, di società senza classi. Come ogni società capitalistica il nazionalsocialismo opera sulla base dell’appropriazione privata dei mezzi di produzione. Di conseguenza, si costituisce di due classi sociali opposte, «il ristretto numero di coloro che controllano il processo produttivo» e «la massa della popolazione che, direttamente o indirettamente, dipende dai primi».

La Kraft durch Freude interviene così su un aspetto specifico del rapporto fra individui. Essa impedisce la creazione di un interesse e una coscienza comune. «Il proletariato di Marx – spiega Marcuse – non è una folla ma una classe, definita dalla sua determinata posizione nel processo produttivo, dalla maturità della sua “coscienza” e dalla razionalità del suo interesse comune»[69] . L’organizzazione delle masse portata avanti dal nazismo, nelle fabbriche e nella vita quotidiana, è guidata invece dal principio di atomizzazione e di isolamento. Se quindi la folla «unisce» gli individui, quest’unione rende i soggetti atomizzati distaccati da tutto ciò che trascende i loro interessi e impulsi egoistici. Riducendo gli individui al mero istinto di autoconservazione – che è identico in ognuno di loro -, la politica sociale del Reich è diretta a prevenire la cristallizzazione e l’espressione di una coscienza di classe. L’isolamento e la crescente atomizzazione sono infatti il terreno sul quale le forze e le facoltà individuali possono essere messe a profitto e al servizio del regime. Il peso e l’importanza della massa diventano così un fattore che favorisce la perpetuazione e l’esistenza dell’apparato repressivo. «In quanto realizzazione pervertita dell’individualità» la folla è così «l’antitesi della “comunità”».

La mobilitazione totale non sarebbe però possibile solo per mezzo del terrore. La violenza opera in modo manifesto solo contro i nemici del regime, quelli che non vogliono o non possono cooperare alla crescita dell’espansione imperialista. Al terrore manifesto si affianca un ben più potente terrore nascosto, che si cela dietro la totale supervisione e irreggimentazione, la guerra e la scarsità, e colpisce tutti. Una funzione decisiva in questa politica del terrore non violento è svolta dalla crescente sicurezza economica che il regime riesce a garantire con il pieno impiego. «Il nazionalsocialismo – afferma Marcuse – ha trasformato il libero soggetto economico nel soggetto sicuro; ha oscurato l’ideale pericoloso della libertà con la realtà protettiva della sicurezza». Si tratta, tuttavia, di una politica che non fa della sicurezza economica la base per una libertà futura, il perno della liberazione. «La sicurezza nazionalsocialista – egli precisa – è legata nella sua essenza alla scarsità e all’oppressione»[70] . Libertà e sicurezza diventano anzi reciprocamente escludentesi. Per le masse tedesche, la sicurezza totalitaria è più reale delle libertà democratiche di cui avevano goduto con la Repubblica di Weimar. L’incompatibilità tra libertà democratica e sicurezza è diventata così un principio fondamentale della propaganda nazista. Democrazia, libertà, disoccupazione e povertà sono state unite in «un’unica terrificante unità». Di conseguenza, l’appello alla libertà democratica viene considerato equivalente ad un appello all’insicurezza e alla disoccupazione. Il nazismo ha dimostrato che questo obiettivo prioritario può essere raggiunto senza il mantenimento della libertà. «Il concetto di libertà – spiega Marcuse in un rapporto per l’OWI sulla propaganda contro il regime – sembra avere perso il suo richiamo, nella misura in cui questo simbolo è stato assorbito da quello della sicurezza e del pieno impiego». Per una larga parte della popolazione, tanto nei paesi democratici quanto in quelli fascisti, libertà e sicurezza sembrano essere diventati simboli reciprocamente esclusivi, e la preferenza sembra cadere sulla sicurezza[71] .

Il nazionalsocialismo perpetua così il proprio potere opponendo la sicurezza reale alla libertà potenziale. La Gleichschaltung nazista è riuscita quindi a modificare radicalmente i contenuti concreti del concetto di individuo e del suo rapporto con la libertà. «Oggi come oggi, - scrive Marcuse – il tipo prevalente di individuo non è più capace di cogliere il momento fatidico che costituisce la sua libertà. Ha cambiato la sua funzione; da unità di resistenza e autonomia è passato a unità di duttilità e adeguamento»[72] . Il nazionalsocialismo è consapevole che l’individuo è la principale forma di energia e potere per la crescita e l’espansione della nazione. Il regime dichiara così di porre l’individuo al centro della sua politica. La sua politica sociale cerca di sviluppare tutte le sue facoltà assopite dell’uomo e la sua politica economica mira a sviluppare tutte le sue qualità individuali, senza preoccuparsi di origini e status, ma solo in base alle capacità e al merito. E tuttavia, l’individuo viene considerato essenzialmente come fonte primaria del lavoro. Solo così «diventa il figlio prediletto del regime nazionalsocialista». Il regime, in sostanza, ha scoperto che la dimensione umana e soggettiva del lavoratore è decisiva per la crescita dell’apparato. L’interesse per i suoi atteggiamenti personali e le sue abitudini diventa quindi prioritaria nella mobilitazione totale della società. La soggettività controllata serve a consolidare un senso di lealismo stereotipato, conferendo ai lavoratori la sensazione di realizzarsi assolvendo funzioni meccanizzate. «All’interno di questo ventaglio di possibilità, non si preserva solo l’individualità ma la si incoraggia e la si premia. Ma questa individualità è solo la forma caratteristica in cui un uomo interiorizza e assolve, in uno schema generale, determinati doveri che gli vengono assegnati»[73] . L’individualità si riduce così alla autopreservazione per mezzo della standardizzazione. Le capacità sviluppate da questa forma particolare di addestramento alla vita trasformano la personalità in uno strumento per raggiungere scopi che perpetuano la riproduzione del sistema. In questo contesto, l’individuo con le sue peculiarità, diventa solo uno strumento sostituibile con altri strumenti.

Questo restringimento del contenuto concreto della libertà individuale, la privazione dei suoi caratteri trascendenti l’ordine esistente, viene sopperita con l’abolizione di molti dei tabù sociali e, specialmente, sessuali che hanno caratterizzato fino ad allora la civiltà occidentale. Per Marcuse si tratta tuttavia solo di un ulteriore elemento di «conquista» della sfera privata individuale alla mobilitazione totale della società. Si tratta quindi solo di un simulacro di liberazione: la nuova libertà di costumi è infatti favorita e promossa dall’ordine nazista ed è sottoposta a decisive limitazioni e orientamenti politici. Ciò appare evidente nella politica di sostegno delle nascite promossa dal regime, che prevede aiuti economici non solo alle famiglie, ma anche alle madri con figli illegittimi. Inserite all’interno della politica demografica del regime, le relazioni sessuali – regno della libertà individuale segregata e diversa dalla sfera frustrante del conformismo sociale – vengono pervertite in prestazioni remunerate. I tabù tradizionali servivano principalmente a sostituire un altro fine – l’unione di soddisfazione sessuale e amore coniugale – al fine in sé della soddisfazione e della felicità individuali. Così facendo la società trasformava relazioni private in un bisogno sociale. L’abolizione di questi tabù operata dal nazismo non libera queste pulsioni dalla loro costrizione ai bisogni sociali. Esse adesso sono concepite come mezzi per il raggiungimento di un fine politico, che viene fissato e controllato dal governo. Le pulsioni liberate dai tabù tradizionali vengono così fissate nuovamente ad un fine esterno, privandole della loro forza pericola e eversiva. Diventano servizi pubblici competitivi: «Il suo uso a fini politici – afferma Marcuse – ha trasformato il sesso da un sfera di privacy protetta al cui interno può persistere una libertà recalcitrante, ad una sfera di acquiescente libertà di costumi»[74] . La liberazione nazista è quindi cosa assai diversa da quella che Marcuse delineerà qualche anno più tardi in Eros e civiltà: il regime nazista ha dato ai suoi seguaci «la buona coscienza della loro frustrazione». Ha prodotto e stimolato una libertà per l’acquiescenza. Il nazionalsocialismo trasforma infatti «stimoli di protesta e di ribellione in stimoli di coordinamento». È un ordine «che è riuscito a coordinare anche le zone pericolose più nascoste della società individualistica», e che induce «l’individuo ad apprezzare e perpetuare un mondo che lo usa solo come un mezzo per l’oppressione».


Notes (back to top)

[1] Filosofia tedesca, pp. 9-11.

[2] Allo «sforzo bellico» l’Istituto partecipò anche direttamente. Dalla corrispondenza di Marcuse con Horkheimer e con i responsabili dell’OSS, si evince che l’Istituto presentò all’OSS un manoscritto su The Elimination of German Chauvinism. Nello studio del 1942 su La nuova mentalità tedesca, Marcuse cita poi un saggio intitolato Private Morale in Germany, che descrive come un testo presentato nell’aprile del 1942 all’Office of the Coordinator of Information dall’Istituto per la ricerca sociale.

[3] Sull’attività di Marcuse negli anni dello sforzo bellico, vedi anche P.-E. Jansen, Deutsche Emigranten in amerikanischen Regirungsinstitutionen, in Zwischen Hoffnung und Notwendigkeit. Texte zu Herbert Marcuse, a cura di P.-E. Jansen e la redazione di «Perspektiven», Frankfurt a. M., Verlag Neue Kritik, 1999, pp. 39-58. Sugli anni passati all’OSS, B. Katz, Foreign Intelligence: Research and Analysis in the Office of Strategic Services 1942-1945, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1989. Sulla riluttanza di Marcuse ad accettare l’incarico, cfr. il carteggio con Max Horkheimer, in M. Horkheimer, Gesammelte Schriften, a cura di G. Schmid Noerr, Frankfurt a. M., Fisher Verlag, 1985 sgg., vol. 16, spec. pp. 387-394. Per questa sua partecipazione agli sforzi bellici statunitensi, Marcuse è stato accusato negli anni Sessanta di essere stato un agente dell’organizzazione da cui poi nacque la CIA. Si tratta di un’affermazione falsa a cui Marcuse ha risposto più volte. In ogni caso, Marcuse ha sempre difeso il suo lavoro presso i servizi d’intelligence americani come forma di lotta contro il nazi-fascismo, che a quel tempo era una priorità assoluta, anche per un comunista (Cfr. l’articolo anonimo Marcuse: Cop-out or Cop ?, in «Progressive Labor», 6, 1969, pp. 61-66 e la risposta di Marcuse, Ein Brief, in «Neues Forum», 196, 1970, p.353). Sui diversi servizi di intelligence statunitensi durante la guerra, vedi B. Smith, The Shadow Warriors, New York, Basic Books, 1983; sull’OWI, A. Winkler, The Politics of Propaganda: The Office of War Information, 1942 –1945, New Haven, Yale University Press, 1978; sull’OSS, R. H. Smith, OSS: The Secret History of America’s First Intelligence Agency, Berkeley, University of California Press, 1972 e A. Söllner, Wissenschaftliche Kompetenz und politische Ohnmacht - Deutsche Emigranten im amerikanische Staatsdienst 1942-1949 (1987), ora in Id., Deutsche Politikwissenschaftler in der Emigration Studien zu ihrer Akkulturation und Wirkungsgeschichte, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1996, pp. 118-132; sulla Sezione Europea dell’OSS, vedi anche Zur Archäologie der Demokratie in Deutschland, a cura di A. Söllner, 2 voll., Frankfurt a. M., Fisher Verlag, 1986.

[4] Sull’emigrazione intellettuale europea negli Stati Uniti, cfr. The Cultural Migration. The European Scholar in America, a cura di R. Crawford, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1953, Deutsche Exil-Literatur 1933-1949, a cura di W. Sternfeld e E. Tiedemann, Heidelberg, Darmastadt, 1962; H. Stuart Hughes, Da sponda a sponda. L’emigrazione degli intellettuali europei e lo studio della società contemporanea (1975), Bologna, Il Mulino, 1975; America-Europa: la circolazione delle idee, a cura di T. Bonazzi, Bologna, Il Mulino, 1976; Da Berlino a New York, a cura di M. Salvati, Milano, Bruno Mondadori, 20002. Sull’emigrazione della «Scuola di Francoforte» negli Stati Uniti e la sua attività, R. Wiggershaus, La Scuola di Francoforte. Storia. Sviluppo teorico. Significato politico (1986), Torino, Bollati Borighieri, 1992, ma anche H. Homann, Die Frankfurter Schule im Exil, in C. Albrecht – G. C. Behrmann – M. Bock – H. Homann – F. H. Tenbruck, Die intellektuelle Gründung der Bundesrepublik. Eine Wirkungsgesschichte der Frankfurter Schule, Frankfurt a. M., Campus Verlag, 2000, pp. 57-77.

[5] P. Tillich, The Totalitarian State and the Claims of the Church, in «Social Research», 1, 1943, pp. 405-433. Marcuse e gli altri “francofortesi” hanno avuto sempre un proficuo rapporto di collaborazione con Tillich. Nel Marcuse Archiv, ad esempio, è contenuto un fascicolo contenente una lettera del 1938 a Tillich e due manoscritti con alcuni commenti di Max Horkheimer, Franz Neumann e dello stesso Marcuse su alcune tesi di Tillich sul ruolo politico e intellettuale dell’emigrazione tedesca di fronte al nazismo (HMA 0131). Marcuse ha sempre considerato Tillich, insieme a Karl Barth e Rudolf Bultumann, come uno dei principali teologi protestanti della Germania contemporanea (si veda, ad esempio, La filosofia tedesca nel ventesimo secolo, p. 10). Su Tillich si vedano R. H. Stone, Paul Tillich’s Radical Social Thought, Atlanta, Knox, 1980 e J. L. Adams, a cura di, The Thought of Paul Tillich, New York, Harper & Row, 1985. Sulla New School of Social Research, cfr. C.-D. Krohn, Wissenschaft im Exil. Deutsche Sozial- und Wirtschaftswissenschaftler in den Usa und die New School for Social Research, Frankfurt a. M., Campus Verlag, 1987.

[6] E. Fraenkel, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura (1941), Torino, Einaudi, 1983.

[7] Borkenau contribuì nel 1934 alla collana edita dalla Zeitschrift con un importante volume intitolato La transizione dall’immagine feudale all’immagine borghese del mondo, Bologna, Il Mulino, 1984, che tuttavia suscitò forti polemiche e riserve fra i membri dell’Istituto.

[8] F. Borkenau, The Totalitarian Enemy, London, Faber & Faber, 1940.

[9] «Per quanto siano differenti nei diversi paesi e nelle diverse epoche le strutture e gli elementi di base del liberalismo, rimane tuttavia invariato il suo fondamento unitario: il soggetto economico individuale dispone liberamente della proprietà privata, godendo in questo della garanzia fornitagli dallo Stato e dal diritto. Fermo restando questo nucleo stabile, tutti i programmi economici e sociali del liberalismo possono mutare fino ad annullarsi» (Lotta contro il liberalismo, p. 9).

[10] Secondo Marcuse, dal punto di vista della teoria politica questa nuova visione del mondo «esistenziale» è rappresentata al meglio da Carl Schmitt. Qui l’esistenziale si esprime come concetto contrario del «normativo»: le relazioni politiche vengono sanzionate come esistenziali, ontologiche, e non possono di conseguenza essere poste sotto il vincolo di alcuna norma. Rispetto ad Heidegger, l’esistenzialismo politico di Schmitt comprende la necessità per le forze del sangue e della terra di concretizzarsi in una forma reale di dominio. L’esistenzialismo ha quindi bisogno di una specifica teoria dello Stato. La produzione scientifica di Schmitt fornisce così all’ideologia nazista una adeguata dottrina della Stato totalitario. Egli infatti chiarisce come «dietro tutti i rapporti economici, sociali, religiosi, culturali c’è la politicizzazione totale» (ivi, pp.30-41). Quella di Marcuse è una lettura per certi versi parziale dell’opera di Schmitt, di cui assume la descrizione della crisi del liberalismo, ma rigetta gli esiti politici. Per una ricostruzione del pensiero politico di Carl Schmitt, cfr. C Galli, Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, Bologna, il Mulino, 1996.

[11] Lotta contro il liberalismo, p. 19.

[12] Sul dibattito marxista sul «capitalismo organizzato», vedi E. Altvater, Il capitalismo si organizza: il dibattito marxista dalla guerra mondiale alla crisi del ’29, in Storia del marxismo, vol. III, parte I, Torino, Einaudi, 1980, pp. 823-877.

[13] A questo progetto Marcuse doveva partecipare con un contributo su The War and Post-War Generation. L’abstract è ora pubblicato in lingua tedesca in H. Marcuse, Feindanalysen. Über die Deutschen, a cura di P.-E. Jansen, Lüneburg, zu Klampen, 1998, pp. 113-117.  Oltre al contributo di Marcuse sulla filosofia tedesca, il progetto su German Economy, Politics, and Culture 1900-1933, coordinato da Max Horkheimer, prevedeva contributi di Henryk Grossmann (storia economica), Arthur Rosenberg (storia politica), Franz Neumann (movimento operaio), Kurt Pinthus (letteratura), Theodor W. Adorno (arte e musica).

[14] Sulle ricerche dell’Istituto sul nazionalsocialismo si veda Ten Years on Morningside Heights. A Report on the Institute’s History 1934 to 1944, il rapporto che l’Istituto produsse per il decennale della sua attività newyorkese, conservato anche nel Marcuse-Archiv.

[15] F. Pollock, Capitalismo di Stato: possibilità e limiti (1941), in Id., Teoria e prassi dell’economia di piano. Antologia di scritti 1928-1941, a cura di G. Marramao, Bari, De Donato, 1973, pp. 199-232.

[16] Id., Il nazionalsocialismo è un ordine nuovo ? (1941), in Tecnologia e potere nelle società post-liberali, cit., pp. 171-191. Su Pollock, cfr. C. Campani, Pianificazione e teoria critica. L’opera di Friedrich Pollock dal 1923 al 1943, Napoli, Liguori, 1992.

[17] M. Horkheimer, Lo Stato autoritario (1942), in Id., La società di transizione, Torino, Einaudi, 1979. Per una ricostruzione  del saggio di Horkheimer nel contesto più ampio del dibattito tedesco su lo «Stato totale», vedi C. Galli, Strategie della totalità. Stato autoritario, Stato totale, totalitarismo nella Germania degli anni Trenta, in «Filosofia politica», 1, 1997, pp. 27-61. Su Horkheimer in generale cfr. A. Ponsetto, Max Horkheimer. Dalla distruzione del mito al mito della distruzione, Bologna, Il Mulino, 1981.

[18] J. Burnham, La rivoluzione manageriale (1941), Torino, Bollati Boringhieri, 1992. Sul «Tatkreis» cfr. G. Marramao, Pluralismo corporativo, democrazia di massa, Stato autoritario, in F. De Felice – G. Marramao – M. Tronti – L. Villari, Stato e capitalismo negli anni Trenta, Roma, Editori Riuniti, 1979.

[19] M. Horkheimer – T. W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo (1947), Torino, Einaudi, 19972.

[20] Cfr. J. L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria (1952), Bologna, Il Mulino, 20002.

[21] F. Neumann, Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo (1941), Milano, Bruno Mondadori, 19992. Su Neumann, cfr. Franz Neumann zur Einführung, a cura di A. Söllner, Hannover, Soak, 1982, ma anche R. Treibe, Strategies of economic order: German economic discourse 1750-1950, Cambridge, Cambridge University Press, 1999, pp. 169-202 e G. Stollberg, Die vierköpfige Behemoth. Franz Neumann und die moderne Auffassung vom pluralistichen Herrschaftssystem des Faschismus, in «Gesellschaft», 6, 1976, pp. 100 sgg.

[22] E. Lederer, State of the Masses. The Threat of the Classless Society, New York, 1940.

[23] A. R. L. Gurland, Trends tecnologici e struttura economica sotto il nazionalsocialismo (1941), in Tecnologie e potere, cit., pp. 49-102  (citazione a p. 619).

[24] Cfr. G. Dimitrov, L’offensiva del fascismo e i compiti dell’Internazionale comunista nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo (1935), in F. De Felice, Fascismo, democrazia, fronte popolare. Il movimento comunista alla svolta del VII Congresso dell’Internazionale, Bari, 1973, pp. 101-167. Per una ricostruzione più generale sulle vicende del VII Congresso del Comintern, vedi anche M. Dassù, Fronte unico e fronte popolare: il VII Congresso del Comintern, in Storia del Marxismo, vol. III, parte II, cit., pp. 589-626.

[25] F. Neumann, op. cit., p. 512. Una posizione diversa è quella di Theodor Adorno che contesta a Pollock l’ipotesi non dialettica per cui «in una società antagonistica sarebbe possibile un’economia non antagonistica». Dell’ipotesi di Pollock egli tuttavia condivide il pessimismo di fondo, anche se a suo avviso la perpetuazione del dominio non avviene nel segno di una maggiore razionalità, bensì come un «incessante susseguirsi di catastrofi, caos, e orrori» che, tuttavia, ancora una volta dialetticamente, contiene in sé la possibilità dell’esplosione. Cfr. T. W. Adorno, Lettera a Max Horkheimer del 8 giugno 1941, in M. Horkheimer, Gesammelte Schriften, cit., vol. 16, pp. 53-59. Sul dibattito interno alla Scuola di Francoforte, vedi A. Söllner e H. Dubiel, Die Nationalsozialismusforschung des Instituts für Sozialforschung, in Wirtschaft, Recht, und Staat im Nationalsozialismus, a cura di A. Söllner e H. Dubiel, Frankfurt a. M., Europäische Verlagsanstalt, 1981, pp. 7-32; R. Wiggershaus, op. cit., pp. 290-302; M. Jay, L’immaginazione dialettica. Storia della Scuola di Francoforte e dell’Istituto per le ricerche sociali 1923-1950 (1973), Torino, Einaudi, 1979, pp. 224-272; D. Kellner, Critical Theory, Marxism and Modernity, Oxford, Polity Press, 1989, pp. 55-66.

[26] Giacomo Marramao, nella sua importante introduzione a Tecnologie e potere nelle società post-liberali, che ha di fatto presentato al pubblico italiano il dibattito francofortese sul nazionalsocialismo, colloca Marcuse a fianco di Horkheimer e Pollock. Questa scelta, a nostro avviso discutibile, è stata probabilmente determinata dalla mancanza di larga parte della produzione marcusiana sul nazismo, fino a poco tempo fa inedita, ora invece disponibile in H. Marcuse, Davanti al nazismo, cit., spec. pp. 13-91.

[27] H. Marcuse, Hegel 2, pp. 434-435.

[28] A. Hitler, Rede vor dem Industrie-Club in Düsseldorf am 26. 1. 1932, in Id., Reden, Schriften, Anordnungen: Februar 1925-Januar 1933, Band IV, Teil 3, München, K. G. Saur Verlag, 1997, pp. 74-110.

[29] Lotta contro il liberalismo, p. 10.

[30] «In altre parole, - continua Marcuse parafrasando Neumann – il nazionalsocialismo tende verso l’autogoverno diretto e immediato dei gruppi sociali dominanti sul resto della popolazione. E manipola le masse scatenando gli istinti individuali più brutali ed egoistici» (Stato e individuo sotto il nazismo, p. 15).

[31] «Mai prima d’ora – scrive Marcuse – gli interessi dei gruppi dominanti erano stati così in contraddizione con gli interessi della maggioranza della popolazione – una popolazione che aveva sperimentato quattordici anni di libertà democratica. Il terribile fallimento della Repubblica di Weimar ha spinto le masse nel campo dei nuovi governanti, ma la loro coscienza sociale e politica era abbastanza acuta da riconoscere i loro vecchi padroni anche in queste forme e in questi scenari nuovi e più semplificati. La società tedesca non poteva essere riorganizzata e coordinata direttamente dalla forze imperialiste».

[32] Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 15-21.

[33] ivi, p. 22.

[34] O. Kirchheimer, Mutamenti di struttura del compromesso politico (1941), in Tecnologie e potere, cit., pp. 103-136. Di Kirchheimer si veda anche L’ordinamento giuridico del nazionalsocialismo (1941), in Tecnologie e potere, cit., pp. 193-219. Su Kirchheimer, vedi J. Herz - E. Hula, Otto Kirchheimer. An Introduction to His Life and Work, in O. Kirchheimer, Politics, Law and Social Change, a cura di F. Burin e K. Shell, New York, 1969.

[35] Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 22-23.

[36] F. Neumann, op. cit., pp. 399-499.

[37] Stato e individuo sotto il nazismo, p. 24.

[38] Implicazioni sociali della tecnologia, p. 138.

[39] Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 24-25. Una lettura simile, anche se approda a conclusioni diverse rispetto a Marcuse è quella di Z. Baumann, Modernità e olocausto (1989), Bologna, Il Mulino, 1992.

[40] «Chi comanda e dirige non sono Himmler, Göring, Ley, ma la Gestapo, la Luftwaffe, il Fronte del Lavoro. Le varie macchine amministrative sono coordinate in un apparato burocratico che integra gli interessi dell’industria, dell’esercito e del partito» (Stato e individuo sotto il nazismo, p. 25).

[41] ivi, pp. 46-47.

[42] L’arte nazista, supplemento a Stato e individuo sotto il nazismo, p. 40.

[43] «Nella tecnologia – spiega Marcuse – non esiste verità o falsità, giusto e sbagliato, bene o male – vi è solo adeguatezza o inadeguatezza ad un fine pragmatico. Di conseguenza, sotto il nazionalsocialismo, tutti i criteri, i valori, i modelli di pensiero e di comportamento sono determinati dalla necessità del funzionamento incessante dell’apparato di produzione, distruzione e dominio» (La nuova mentalità tedesca, p. 66.)

[44] ivi, p. 46.

[45] Cfr. ad esempio P. Viereck, Dai romantici a Hitler (1941), Torino, Einaudi, 1948.

[46] «Se il nazionalsocialismo – scrive Marcuse – venisse considerato nel suo pieno scopo e significato, l’unico risultato di questi studi sarebbe la dimostrazione che, a partire dalla Riforma, le radici del nazionalsocialismo possono essere rintracciate ovunque nella storia tedesca. A parte questa dimostrazione, ogni scrittore tedesco potrebbe essere scelto come precursore di qualche concezione tipica del nazionalsocialismo, ma quasi ogni scrittore tedesco potrebbe allo stesso modo essere celebrato per avere contraddetto queste concezioni. La combinazione della letteratura e della filosofia tedesca alla ricerca di citazioni appropriate è senza grande significato per la spiegazione della presa psicologica ed emotiva del regime sulla gente (La nuova mentalità tedesca, p. 54.).

[47] ivi, p. 50.

[48] ivi, p. 56.

[49] ivi, p. 61.

[50] Cfr. F. Neumann, Behemoth, cit, spec. pp. 111-147. Nel Marcuse-Archiv esiste un manoscritto intitolato Anti-semitism in the American Zone, datato 3 marzo 1947. Si tratta di un rapporto, catalogato come “riservato” e che fa parte dei cosiddetti “Omgus” Studies, in cui vengono commentati i risultati di una ricerca empirica di impianto qualitativo. La ricerca dimostra come, anche dopo la sconfitta militare del nazismo, le tendenze e i cliché antisemiti restano profondamente radicati fra la popolazione tedesca. La strategia principale per contrastare questa tendenza è individuata nell’educazione ed un ruolo importante viene assegnato alla scuola. Una strategia di lungo periodo che, secondo gli autori del rapporto, produrrà effetti significativi solo dopo alcune generazioni. Non è chiaro il ruolo avuto da Marcuse nella preparazione del manoscritto. In quel periodo il filosofo tedesco lavorava per il Dipartimento di Stato e preparava un viaggio di lavoro in Germania; più in generale, dopo l’occupazione militare alleata della Germania, Marcuse seguiva proprio la zona di occupazione americana. L’ipotesi più probabile è quindi che Marcuse fosse coinvolto nel progetto, ma potrebbe anche darsi che il filosofo tedesco abbia semplicemente consultato il documento.

[51] F. Neumann, Germany’s New Order, memorandum presentato al Research Institute on Peace  and Post-War Problems of American Jewish Committee il 15 giugno 1941, trad. it. parz. in M. Salvati, Da Berlino a New York, cit., pp. 336-346.

[52] T. W. Adorno e al., La personalità autoritaria (1950), 2 voll., Milano, Edizioni di Comunità, 1973. Sulle complesse vicende degli Studies on Prejudice, cfr. R. Wiggershaus. La Scuola di Francoforte, cit., pp. 360-442.

[53] L. Löwenthal, Lettera a Marcuse del 29 giugno 1943, conservata nel Löwenthal-Archiv di Francoforte. La lettera, in lingua originale inglese, è ora pubblicata in lingua tedesca in Das Utopische soll Funken Schlagen. Zum 100. Geburstag von Leo Löwenthal, a cura di P.-E. Jansen, Frankfurt a. M., Klosterman Verlag, 2000, pp. 101-114.

[54] M. Horkheimer – T. W. Adorno, Elementi dell’antisemitismo, in Id., Dialettica dell’illuminismo, cit., pp. 182-223.

[55] H. Marcuse, Lettera ad Heidegger del 13 maggio 1948, in H. Marcuse, Davanti al nazismo, cit., pp. 132-133..

[56] E. Jünger, La mobilitazione totale (1930), in «il Mulino», 5, 1985, pp. 753-770. Cfr. anche C. Galli, Ernst Jünger: la mobilitazione totale, in Modernità, cit., pp. 191-204.

[57] E. Jünger, L’operaio (1932), Parma, Guanda, 1995, p. 210.

[58] E. Jünger, La mobilitazione totale, cit., p. 769.

[59] La nuova mentalità tedesca, pp. 54-55. Ma cfr. anche Cultura affermativa, pp. 79-82. Si tratta quindi dello stesso atteggiamento che, come abbiamo visto, Marcuse tiene nei confronti di Carl Schmitt, che considera il più serio e capace giurista e teorico dello Stato nazionalsocialista. Una simile interpretazione dell’opera di Jünger era stata data negli anni Trenta da Walter Benjamin in Teorie del fascismo tedesco (1930), in W. Benjamin, Critiche e recensioni, Torino, Einaudi, 1979, pp. 149-161.

[60] Cfr. a questo proposito Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 14-17. Su queste interpretazioni tradizionali, che a quel tempo attraversano tanto i sostenitori, quanto i critici dei regimi totalitari, cfr. S. Forti, Il totalitarismo, Roma-Bari, Laterza, 2001, spec. pp. 3-15, E. Travaglio, Il totalitarismo, Milano, Bruno Mondadori, 2002, spec. pp. 1-38.

[61] Stato e individuo sotto il nazismo, p. 30.

[62] M. Horkheimer – T. W. Adorno, Lezioni di sociologia (1956), Torino, Einaudi, 1966, p. 45.

[63] Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 29-30.

[64] ivi, p. 31.

[65] ivi, p. 28.

[66] E. Lederer, op. cit., pp. 32-33.

[67] «La folla – spiega Marcuse – è un insieme di individui privati di ogni differenziazione “naturale” e personale e ridotti all’espressione standardizzata della loro individualità astratta, e cioè al perseguimento dell’interesse personale. Come membro di un folla, l’uomo è diventato il soggetto standardizzato di una primitiva e grezza forma di autopreservazione. Nella folla, la repressione imposta dalla società al perseguimento competitivo dell’interesse personale tende a diventare inefficace e si liberano facilmente gli impulsi aggressivi» (Implicazioni sociali della tecnologia, pp. 153-154).

[68] Stato e individuo sotto il nazismo, p. 28.

[69] Implicazioni sociali della tecnologia, p. 156.

[70] Stato e individuo sotto il nazismo, p. 32.

[71] H. Marcuse, Presentazione del nemico (1942-1943), in H. Marcuse, Davanti al nazismo, cit., pp. 89-90.

[72] Implicazioni sociali della tecnologia, p. 156.

[73] ivi, p. 155.

[74] Alla politicizzazione del sesso si affianca poi l’incanalamento delle pulsioni contro i nemici del regime. Queste nuove libertà sono infatti privilegio esclusivo della razza germanica che si distingue da tutti gli outsiders (ebrei, stranieri, disabili, traditori, malati di mente). Questi diventano oggetto di disprezzo e di oppressione. L’abolizione nazionalsocialista dei tabù è così condizionata alla simultanea creazione di nuovi oggetti di umiliazione e di asservimento. «I liberatori – scrive Marcuse – fanno appello ad impulsi che hanno legato gli individui liberati alla frustrazione sociale e alla sottomissione: al risentimento, all’invidia, alla crudeltà, all’odio nei confronti dei più deboli. Questi impulsi prosperano solo in un sistema sociale antagonistico e, incoraggiandoli, il regime perpetua il sistema attuale nella struttura caratteriale degli individui, spostando le loro rivendicazioni e le loro proteste dagli esecutori alle vittime» (Stato e individuo sotto il nazismo, pp. 33-37).


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