"June 1969: The 'Hot' Italian Days of Herbert Marcuse"

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uploaded 1/25/05, updated: 5/27/05

Giugno 1969: I 'Caldi' Giorni Italiani di Herbert Marcuse

di Diego Giachetti

in: Il Protagora, n. 4, luglio-dicembre 2004
(un numero monografico dedicato a "L'immaginazione che voleva il potere:
Studi e testimonianze sul '68")


«Niente foto. Mio marito è un filosofo, non un divo»,
dice Inge Neuman, moglie di Marcuse,  infastidita,
ai fotografi che li attendono
all’aeroporto di Bari il 19 giugno 1969

Proveniente da Los Angeles, Herbert Marcuse giungeva a Torino il 12 giugno 1969, in compagnia della moglie Inge Neuman, sposata in seconde nozze nel 1955, dopo essere rimasto vedovo nel 1951. Nato il 19 luglio 1898 a Berlino, nel 1916, dopo aver conseguito la maturità, fu chiamato alle armi. Nel 1917 entrò nel Partito socialdemocratico (SPD) e nel 1918 fu eletto nel Consiglio dei soldati di Berlino-Reinickendorf. Nel 1933 con la famiglia lasciò la Germania, prima della presa del potere da parte di Hitler; si trasferirono a Zurigo, poi nel 1934 emigrarono negli Stati Uniti. Qui trovò lavoro all’Istituto per la ricerca sociale, che si era trasferito da Francoforte a New York. Professore di politologia alla San Diego University in California dal 1965, si lasciava alle spalle un anno universitario tormentato. Era stato sospeso dall’insegnamento nell’autunno del 1968 perché accusato di predicare dottrine pericolose e aveva potuto riprendere l’insegnamento solo nel mese di marzo. Non era nuovo a tali polemiche, avendo espresso, in più occasioni, tutta la sua solidarietà e simpatia al movimento di contestazione giovanile che in quegli anni attraversava la società e i campus universitari degli Stati Uniti che vedevano in lui un “maestro”, difatti le cronache raccontano che alle sue lezioni universitarie, in quegli anni, partecipavano folte schiere di giovani studenti capelloni, barbuti, ragazze in minigonna, spesso scalze.

Due ore dopo essere sceso all’aeroporto di Caselle stava seduto su una poltrona nella sede torinese dell’Associazione Culturale Italiana, che lo aveva invito in Italia nell’ambito delle iniziative chiamate «I venerdì letterari»; apparentemente non provato dal viaggio, beveva vermuth e aspirava boccate di fumo da un grosso sigaro. Giovanile nell’aspetto, nonostante i suoi settant’anni, capelli bianco-candidi, abbronzato dal sole californiano, parlava un inglese pieno di accenti gutturali che rivelavano la sua origine linguistica tedesca. Così lo descriveva il «Corriere della Sera» del 13 giugno 1969: «dalla cima dei capelli alla punta dei piedi ha l’aspetto di un anziano e dignitoso signore d’altri tempi. Alto, i capelli candidi tagliati quasi a spazzola, il viso abbronzato, il modo di vestire di un borghese contegnoso, con la sua cravatta di seta e il fermacravatta d’oro. L’immagine sta agli antipodi degli scapigliati contestatori che inalberano il suo verbo. Sorriso affabile, cortesia, un uomo nient’affatto arrabbiato».

A Torino l’arrivo di Marcuse fu un evento, salutato con tanto di foto sulla prima pagina del quotidiano «La Stampa» del giorno seguente. I maggiori quotidiani italiani si sbizzarrirono nelle definizioni chiamandolo, di volta in volta: «leader ideologico dei movimenti di contestazione», «un dinamitardo del pensiero», «il filosofo del grande rifiuto», «il primo contestatore della società dei consumi», «un istrione, un filosofo di serie D, degno di figurare in un happening, un falso filosofo, ma un bravo guitto». Tanta popolarità gli derivava dall’essere considerato uno dei massimi ispiratori della contestazione giovanile, una delle tre muse ispiratrici, la terza «M» assieme a quelle di Marx e Mao. Nel ’68 si era infatti gridato e scritto sui muri «Mao, Marx, Marcuse», si era chiesto nelle aule scolastiche di studiare e approfondire il loro pensiero. Nel 1969, come notava acutamente il giornalista del quotidiano «La Gazzetta del Popolo», rispetto a Marx e Mao, la terza M, nel movimento della contestazione internazionale, cominciava ad essere criticata: lui non «sembra prendersela troppo di trovarsi da qualche mese staccato dal troppo impegnativo trio». Anzi, aveva l’aria di essere soddisfatto di avere definitivamente ceduto l’incomodo ruolo «di soubrette della rivoluzione giovanile a Marx e al Presidente Mao, ben contento di ritrovare il suo vero mestiere, che [era] quello del teorico, del pensatore, del saggista di filosofia»[1].

La “fortuna” di Marcuse in Italia (back to top)

I libri di Herbert Marcuse, tradotti in italiano, costituirono la locomotiva che trainò il successo, inaspettato e originale per dei testi di non facile lettura, delle pubblicazioni degli autori-fondatori della scuola di Francoforte di cui il filosofo faceva parte, assieme a Adorno e Horkheimer. Dagli anni Cinquanta fino al 2000 ben 25 case editrici sono state coinvolte nella pubblicazione delle opere dei francofortesi, tra queste la casa editrice Einaudi di Torino ne ha pubblicati 33. Negli anni Cinquanta furono pubblicate tre opere dei francofortesi, negli anni Sessanta 19, di cui 11 nel biennio fatidico 1968-69, negli anni Settanta 34. Nei decenni successivi si assistette ad un progressivo declino. La cifra totale delle copie vendute delle sole edizioni Einaudi dei tre della Scuola di Francoforte ammonta a 1.054.100 al 2002. Di questo totale, il 50% appartiene ai libri di Marcuse (561.000 copie), il cui Uomo a una dimensione, da solo, ha raggiunto la quota 250.000 di copie vendute: un vero e proprio betsellers, come lo sono stati Eros e civiltà (140.000 copie), Saggio sulla liberazione (50.000 copie), L’autorità e la famiglia (47.000 copie). L’uomo a una dimensione, pubblicato nel 1967 dall’Einaudi, vendette 150.000 copie in un anno[2], un fatto straordinario malgrado che avendolo «scritto in inglese pensando con le categorie della Fenomenologia dello spirito di Hegel», Marcuse avesse costruito pagine e pagine di «difficile interpretazione», come riconosce ancora oggi il traduttore del libro[3]. «Nonostante l’arduo dettato», che presupponeva nel lettore una discreta conoscenza di base di Hegel, Marx, Freud, Nietzsche e della scuola di pensiero che Marcuse criticava, il neopositivismo logico, fu un imprevedibile successo, soprattutto nell’Europa Occidentale, più che negli Stati Uniti:

«L’uomo a una dimensione fece dell’autore il maestro della nuova sinistra […] Per quanto riguarda l’Italia, si può dire che negli anni intorno al ’68 non vi sia stato studente universitario che non abbia letto il libro, o non ne abbia respirato in qualche modo gli argomenti attraverso il dialogo con i compagni»[4].

Esaminando quelle che erano chiamate le società industriali avanzate sosteneva che esse tendevano ad uniformare tutte le dimensioni dell’esistenza: «una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata»[5]. I meccanismi di controllo messi in atto da queste società apparivano efficacissimi, capaci di condizionare tutte le sfere dell’esistenza individuale e sociale, il pubblico e il privato: sessualità e inconscio compresi. Il sistema non  si limitava a soddisfare i bisogni delle persone, li creava inducendoli artificialmente; così come molti bisogni erano indotti, quindi falsi, anche i sogni, le speranze, il senso della vita erano manipolati dal sistema, costruiti artificialmente e, quindi, falsi. Creando falsi bisogni e falsi sogni s’impediva la nascita di un pensiero negativo, radicalmente critico verso l’esistente. La cultura perdeva così i suoi caratteri di critica della realtà per aderire all’ideologia dominante, anch’essa diventata piatta, ad una dimensione. In cambio di questa sottomissione totale, si forniva il benessere materiale, prodotto però con un costo altissimo, che rivelava un aspetto irrazionale perché si basava sullo spreco e sulla distruzione.  In questo meccanismo sociale, bloccato e imprigionante, anche i partiti d’opposizione e i sindacati dei lavoratori, come i lavoratori stessi d’altronde, erano integrati nel sistema e avevano perso lo slancio rivoluzionario. In questo senso, senza distinguere tra paesi socialisti e capitalisti, Marcuse sosteneva, come aveva gia affermato in un’altra sua opera precedente, Eros e civiltà, che «l’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari»[6]. Le società totalitarie, aveva spiegato, si caratterizzano per la «compiuta assimilazione di vita privata e vita pubblica, di esigenze individuali ed esigenze sociali. L’individuo [diventa] preda dell’opinione pubblica controllata, della propaganda e dell’amministrazione […] Ogni opposizione reale [tende] a scomparire. Intendiamoci, opposizione ce n’è abbastanza, discussione pure, e questa è perfino libera, ma tutto ciò non è che immanente al sistema. Movimenti radicali, d’avanguardia, sono agevolmente assorbiti»[7]

Introducendo la nuova edizione italiana del 1966 di Eros e civiltà, aveva scritto con lucido pessimismo che nei paesi retti da regimi democratici «la portata e l’efficacia dell’introiezione democratica hanno soppresso il protagonista storico delle rivoluzioni: gli uomini liberi non hanno bisogno di essere liberati, e gli uomini oppressi non sono forti abbastanza per liberarsi». Chi erano questi uomini oppressi e non integrati non abbastanza forti per ribellarsi? Nell’Uomo a una dimensione essi erano individuati negli strati emarginati, minoranze etniche, poveri e nei giovani che rifiutavano il sistema per ragioni morali, etiche o istintive.

«Al di sotto della base popolare conservatrice –scriveva nelle pagine conclusive dell’Uomo a una dimensione- vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitai di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato. Quando si riuniscono e scendono nelle strade, senza armi, senza protezione, per chiedere i più elementari diritti civili, essi sanno di affrontare cani, pietre e bombe, galera, campi di concentramento, persino la morte. La teoria critica non possiede concetti che possano colmare la lacuna tra il presente e il suo futuro; non avendo promesse da fare ne successi da mostrare, essa rimane negativa. In questo modo essa vuole mantenersi fedele a coloro che, senza speranza, hanno dato e danno la loro vita per il Grande Rifiuto. [Chiudeva poi citando Walter Benjamin]: “è solo grazie ai disperati che ci è data la speranza”» [8].

Con quelle analisi il filosofo dava una coscienza a quel senso di «sofferente claustrofobia» che attanagliava una generazione che si sentiva prigioniera di un universo politico e sociale bloccato, chiuso:

«Nel libro di Marcuse i giovani del ’68 trovarono gli argomenti e le parole atte a conferire forma definita a un’idea che in modo meno articolato circolava già da tempo in Europa, specialmente in Italia e in Germania, ma anche in Francia. Era l’idea che le società europee, uscite ormai da oltre vent’anni dal fascismo e dalla guerra, e dedicatesi con conclamata devozione alla pratica della democrazia, ricca di promesse per un continuo, dinamico rinnovamento dei rapporti sociali, di uomini, e di idee, fossero in realtà, ciascuna a modo suo, forme di società bloccate.

Bloccate sul piano politico, vuoi per l’assenza di un’alternativa realistica di governo, come in Italia a quel tempo: vuoi per il fatto che là dove l’alternativa esisteva e poteva a turno prendere il potere, come in Francia e in Germania, essa pareva proporre ricette economiche e sociali del tutto analoghe a quelle dei governi di differente segno politico. Bloccate sul piano culturale, perché i modelli di vita predominanti non lasciavano alcuno spazio a modelli antagonisti o alternativi. Bloccate sul piano della speranza in un cambiamento futuro poiché i giovani consideravano la maggior parte della classe operaia, e con essa i partiti della sinistra tradizionale che li rappresentavano, ormai integrata nel sistema sociale esistente, e quindi non più credibile come soggetto storico»[9]

Indubbiamente il libro aveva una sua sostanza, un’anima forte e una preveggenza anticipatrice. Come è stato fatto notare da filosofi e sociologi, Marcuse, molti anni prima che dilagasse l’abitudine chiamare «pensiero unico l’attuale concezione totalitario-flessibile della globalizzazione capitalistico-finanziaria» già capiva che il capitalismo si basava «su di una riduzione ad una dimensione della ricca e poliforma razionalità umana», ingabbiandola in un «razionalismo impoverito e disseccato, che utilizza la forma di legittimazione sociale coattiva del termine “scienza”, trasformando però la scienza stessa da fattore di possibile emancipazione in feticcio integralistico-religioso»[10]. In quest’ambito coglieva i legami esistenti tra razionalità, tecnologia, tecnica e procedura amministrativa, «sviluppo della scienza, dominio della natura e interessi dell’apparato produttivo e militare […] distruzione della natura grazie all’attività combinata, e svincolata da ogni principio di responsabilità, di diversi settori dell’industria»; inoltre, forse più ancora che all’epoca in cui Marcuse scriveva:

«le società industriali hanno ancor più diluito e assorbito le proprie opposizioni interne, su questo ha influito il crollo del comunismo. Adesso l’altro, nella sua veste tradizionale, non esiste più. Il suo crollo ha lasciato un vuoto denso di terribili incognite, tra l’esplosione dei nazionalismi regionali e l’asperrima scoperta che la libertà non porta seco immediatamente il benessere […] I popoli dell’Est e del Sud si collocano ora, rispetto all’Europa occidentale, precisamente nella posizione di quei marginali, di quei disperati in cui Marcuse vedeva la sola speranza di rinnovamento radicale delle società industriali»[11].

Il ’68 e, più in generale la rivolta giovanile e quella delle popolazione del Terzo Mondo contro il neocolonialismo, offrirono a Marcuse una speranza data dai disperati. Nelle dichiarazione di quegli anni e nei libri pubblicati allora, si osserva un percorso che va dal pessimismo de L’uomo a una dimensione, con lo spettro onnipresente della guerra in Vietnam e di un imperialismo che offre la dolce dittatura del consumismo e della falsa conciliazione repressiva, fino al maggio parigino ove la speranza si fa più vicina con l’irrompere di soggetti marginali delle metropoli e dei paesi coloniali, come testimoniano i saggi La fine dell’utopia del 1968 e il Saggio sulla liberazione del 1969.

In Italia il soggetto sociale che promosse e diffuse la scuola di Francoforte e il pensiero di Marcuse era rappresentato dai giovani intellettuali contestatori e da quell’area di cultura radical-marxista eretica che si era formata attorno alle riviste della nuova sinistra negli anni Sessanta. Il marxismo che in quell’ambiente maturava era un marxismo rivoluzionario, diverso da quello rivendicato dalla sinistra storica. La teoria critica esercitò certamente un’influenza sul Movimento studentesco e su alcuni gruppi alla sinistra del PCI, ma la profonda componente utopica dei francofortesi, lontana dalle certezze rivoluzionarie di certo marxismo eretico di quegli anni, il rifiuto di fornire ricette politiche, l’analisi spietata dell’integrazione del proletariato, costituivano elementi discutibili e soggetti a critica. In Italia, la ripresa della lotta operaia, culminata nelle lotte dell’autunno caldo del ’69, scatenarono il sarcasmo e la critica degli operaisti contro le teorie dell’integrazione della classe operaia. I «discorsi marcusiani (si leggeva su «La Classe» del 12 luglio 1969) sulla classe operaia integrata» sono ideologia come pure la ricerca «disperata di soggetti rivoluzionari tra gli studenti, i sottoproletari, gli intellettuali, i poveri e tutta la fauna dei contestatori». Alcune delle sue analisi, scrissero sui quotidiani all’epoca della sua venuta in Italia, erano stimolanti, pertinenti e intelligenti. «Ottimo studioso di Hegel», si poteva leggere sul «Corriere della Sera», ha condiviso la critica del filosofo tedesco alla scienza, imperniata sulla distinzione tra intelletto e ragione, secondo la quale l’intelletto è il procedimento mentale proprio del pensiero scientifico e del senso comune, incapace di comprende gli oggetti della realtà se non separandoli e classificandoli; mentre la ragione, la filosofia dialettica, non separa soggetto e oggetto, ma comprende ogni cosa nella sua relazione col tutto. La scienza è dunque il regno dell’alienazione. La ragione, invece, è il regno del vero sapere e del vero essere. La filosofia di Marcuse, «del grande rifiuto è tutta collegata con questa critica (romantica e idealistica) della scienza e della tecnica e quindi della macchina. Tutta la morale che spira dai suoi libri non fa che identificare il sistema della società meccanica col Male stesso»[12]. L’uomo a una dimensione sostanziava questo assunto filosofico opponendo una critica severa alla ragione illuministica tramutatasi nelle società moderne in dominio del pensiero tecnico e amministrativo, capace di azzerare, integrandoli, gli elementi di critica e di opposizione. Il punto debole del suo pensiero consisteva, secondo quanto si poteva leggere sul quotidiano del PCI «L’Unità», nella carenza politica: all’analisi teorica non faceva seguito un progetto di azione politica che consentisse alla sua teoria critica «di uscire dall’orizzonte della critica teorica», senza la quale «il pensiero negativo resta prigioniero di se stesso»[13].

Conferenza stampa a Torino (back to top)

Poche ore dopo essere sceso dall’aereo Marcuse si offriva alle domande dei giornalisti e di un pubblico selezionato. L’affrontava «con la nonchalance di chi c’è abituato», con tono «brillante, spigliato, simpatico ed accettabile», un po’ «snob», col «sorrisetto semi beffardo sulle labbra»[14]. Il quotidiano «La Stampa», che il giorno dopo (13 giugno) riportò molte delle domande e delle risposte date dal filosofo, titolò provocatoriamente e ad effetto: Per Marcuse papa Paolo VI è più a sinistra di Breznev, simile nel tono e nel significato al titolo dell’altro giornale piemontese, la «Gazzetta del Popolo»: Il Papa è più progressista dei burocrati del Cremlino. Entrambi riprendevano un commento, tagliente e ironico, fatto dal filosofo ad una domanda circa un apparente paradosso. Proprio in quei giorni, infatti, alla conferenza dei partito comunisti e operai che si era aperta a Mosca il 5 giugno, il potente segretario del PCUS dell’URSS Leonid Breznev, nel suo intervento del 7 giugno, aveva criticato i movimenti giovanili occidentali giudicandoli immaturi e confermando il duro giudizio contro il pensiero marcusiano già espresso in un articolo comparso sull’autorevole giornale «La Pravda». Quasi contemporaneamente, invece, Paolo VI in un discorso tenuto a Ginevra, lo aveva nominato nella critica contro la società consumistica occidentale.

La risposta era stata chiara, netta e incisiva: «l’impressione è che il Papa sia più a sinistra del segretario comunista sovietico: e non c’è niente di male in questo». D’altronde, con irriverenza eguale e dissacrante, nel libro Saggio sulla liberazione, uscito allora nelle librerie italiane, invitava i giovani ad attaccare «l’esprit sérieux anche nel campo socialista: minigonne contro gli apparatchik, rock and roll contro il realismo sovietico»[15]. Oltre a questo argomento, la conferenza toccava temi importanti e scottanti per quel periodo: il maggio francese e la rivisitazione di alcune tesi espresse nell’Uomo a una dimensione.

  • Professor Marcuse, dopo gli avvenimenti del maggio scorso, la situazione politica francese ha registrato un deciso slittamento a destra. Non ritiene che proprio i moti della Sorbona, da lei incoraggiati, siano stati determinanti per questa spinta controrivoluzionaria?
  • Al contrario. Oggi più che mai sono convinto che il maggio francese sia stato il primo passo per mettere in crisi la società a una dimensione. Lo slittamento a destra è dovuto semplicemente al fatto che il moto di maggio non è andato fino in fondo, si è arrestato a metà strada. Ma questo non è colpa dei gruppi giovanili che lo hanno promosso. E’ colpa delle grandi organizzazioni politiche che hanno ostacolato la rivolta studentesca invece di sostenerla con il seguito delle masse. I comunisti francesi un anno fa avrebbero potuto cambiare il corso della storia. Non lo hanno fatto.
  • La sua posizione si è evoluta rispetto alla diagnosi dell’Uomo a una dimensione, come dimostra il suo ultimo libro, Saggio sulla liberazione, uscito nelle nostre librerie proprio ieri. C’è un contrasto di valori. Il precedente libro escludeva che la società a una dimensione potesse consentire qualsiasi alternativa a se stessa. Come è stato possibile, allora, che abbia generato i nuovi movimenti di protesta?
  • Non esiste una società immobile, senza cambiamenti nel suo sviluppo. E anche nella società a una dimensione rimangono degli elementi di resistenza, che essa non può reprimere all’infinito. Perché questi elementi sono venuti alla luce soltanto adesso? Perché le contraddizioni implicite in questa società, fra lo spreco dei popoli ricchi e la povertà di immense masse di sottosviluppati, hanno raggiunto il punto di rottura. L’occasione in America è venuta dalla rivolta dei ghetti neri e dalla guerra del Vietnam che ha toccato la coscienza degli studenti. La protesta è venuta da loro, non dalla classe operaia che la società a una dimensione ha integrato.
  • Gli ricordiamo che Breznev, nel discorso di apertura della conferenza dei partiti comunisti di Mosca ha condannato “i giovani radicali dell’occidente”, come “politicamente immaturi, confermando il duro giudizio contro le idee marcusiane già espresso dalla «Pravda»; mentre Paolo VI, nel discorso tenuto tre giorni fa a Ginevra, si è richiamato a Marcuse per criticare la società dei consumi. Che impressione le fa essere attaccato da Breznev e dalla «Pravda» ed essere difeso da Paolo VI?
  • La prima impressione è che il Papa sia più a sinistra del segretario comunista sovietico: e non c’è niente di male in questo. Ma non accetto il giudizio sulla immaturità politica dei giovani. E’ un argomento dissotterrato sempre dai nonni, bisnonni e così via quando non hanno altro sostegno alle loro tesi.
  • Professor Marcuse, in tutta la sua opera, e specie nell’ultima,si scorgono molti tratti romantici. Accetterebbe di essere definito un epigono della filosofia romantica anziché marxista?
  • Sarebbe davvero un peccato se fossi l’ultimo dei romantici. Nel romanticismo ci sono molti elementi positivi che io non voglio dimenticare.
  • Professore –domanda una graziosa esponente del movimento studentesco- non è mai stato contestato dai suoi studenti? Noi siamo riusciti, con le nostre pressioni, a modificare certi antiquati metodi didattici in università. E lei? Fa il dialogo o tiene una lezione accademica?
  • Una volta sono stato contestato anch’io. Avvenne durante un corso sulla teoria marxiana. Gli studenti mi interruppero, non accettavano che io parlassi di Marx senza illustrare anche il pensiero di Mao.
  • E lei cosa fece?
  • Io accettai il dialogo. Ma come potevo trattare di Mao in quella sede? Erano gli studenti del secondo anno, io dovevo finire il mio corso. Di Mao abbiamo parlato poi, a parte, nei seminari dei laureandi
  • Le sue teorie le hanno procurato molte inamicizie in America e fuori: ha mai temuto qualche pericolo per la sua persona?
  • Ho avuto effettivamente delle minacce; ma non mi hanno fatto dispiacere. Se le mie idee provocano scandalo, se americani e russi sono così uniti nell’attaccarmi vuol dire che c’è qualcosa di giusto in quello che ho detto[16].
  • Barbara Whorte, una filosofa inglese, parlando agli studenti dell’Università di Pensylvania ha detto: «ragazzi, per favore, v’imploro, assicuratemi che voi darete poca pace alle autorità. Agite subito e mordete il più possibile». Cosa ne pensa Marcuse di questo invito? Il mordere è da intendersi marcusianamente in senso intellettuale, oppure va considerato in modo del tutto realistico?
  • Uno morde come può e con i mezzi a sua disposizione. Certo un morso intellettuale non arreca dolore a chi non possiede una dimensione intellettuale, ed in questo caso il verbo va inteso concretamente: mordere davvero, insomma[17].
  • Dopo un eventuale successo della rivoluzione, che lei auspica, cosa farebbe della struttura industriale?
  • La manterrei e la potenzierei allo scopo di aumentare il benessere e la protezione dell’uomo[18].

Giovani estremisti in fusione (back to top)

A pochi giorni di distanza Marcuse teneva conferenze a Torino, Milano, Roma, Bari  Sale strapiene ovunque, gente costretta a stare fuori o assiepata lungo i corridoi. A Torino in circa 3.000 si presentarono all’appuntamento, riempiendo la sala del teatro, i suoi corridoi, l’atrio, parte della piazza, intervenne la polizia a presidiare le vie adiacenti al teatro. A Milano la sala, molto più piccola di quella di Torino, fu subito riempita da 700 persone e altre 200 circa rimasero fuori. Pienone anche a Roma e a Bari. Complessivamente un pubblico pittoresco e stravagante, segnalavano i giornali, formato prevalentemente, ad eccezione di Milano, di giovani variopinti, chiassosi, irriverenti, stravaganti, ridenti, seri. Giovani coi capelli lunghi, giovanotti barbuti, acconciatamente trasandati, maglie a dolce vita, camicie verdi oliva, camicette, jeans, pantaloni di velluto a coste, giacche, giacchette, giubbotti, bellissime ragazze in camicetta e minigonna o coi jeans, in short già spiaggiaiolo, indumenti di juta. Mescolati in mezzo al pubblico, tonache di religiosi, un palco pieno di suore a Bari, operai con la borsa del lavoro, signore eleganti in abito da cocktail, “habituées” dei «venerdì letterari», giovani del movimento studentesco, anarchici, maoisti, operaisti, eretici vari delle dissidenze della sinistra italiana, comunisti ortodossi, ognuno coi propri slogan, opuscoli, stampa, canzonette, grida. Protestatari, contestatori, che a Roma gli impedirono quasi di tenere la conferenza a causa di un clima, che decadeva spesso nell’intolleranza, col quale «la contestazione giovanile non ha offerto un test incoraggiante», abbandonandosi spesso al più «deteriore goliardismo», scriveva il cronista che riferiva della conferenza torinese, sottolineando che «se non fossero intervenuti alcuni più responsabili esponenti del Movimento studentesco presenti in palcoscenico accanto all’oratore, la discussione [sarebbe degenerata] in zuffa»[19]. Certo l’accoglienza riservata al filosofo fu vivace, come osservava un altro giornalista, e il dibattito «vero e reale» anche per merito del relatore la cui figura era quella di «un provocatore intellettuale»[20].

Le descrizioni giornalistiche del pubblico giovanile che affollava le sale dei teatri coglievano l’elemento tipico di quel momento della storia italiana, ovvero l’emergere di una nuova generazione, cresciuta negli anni Sessanta nella rivolta estetica ed etica verso il mondo degli adulti, protagonista, nelle scuole e nelle università, delle lotte del movimento studentesco e in procinto di dare vita ai gruppi extraparlamentari della nuova sinistra. Il 1969, infatti, era un anno di passaggio dal movimento ai gruppi extraparlamentari che stavano per nascere dal crogiuolo dato dall’incontro, nelle fabbriche italiane, tra i giovani del movimento studentesco e la giovane classe operaia, di origine meridionale e di recente immigrazione. Torino era, nel mese in cui Marcuse tenne la sua conferenza, un esempio di questo passaggio, da pochi mesi infatti ciò che rimaneva del movimento studentesco universitario, alcune centinaia di giovani, aveva deciso di impegnarsi in un lavoro ai cancelli degli stabilimenti Fiat dove, era iniziata una lotta operaia che aveva caratteristiche nuove ed eversive rispetto alla tradizionale impostazione sindacale. Erano in corso scioperi interni che interrompevano il lavoro nei reparti, disarticolando il processo produttivo, con richieste di aumenti salariali uguali per tutti, di abolizione delle categorie, riduzione dell’orario di lavoro, aumento dei giorni di ferie, elezione diretta dei delegati di reparto e di squadra. Quelle lotte erano sostenute e coordinate dall’Assemblea operai e studenti, un organismo informale, sorto appositamente quei mesi dall’incontro tra un numeroso gruppo di ex aderenti al movimento studentesco torinese, esponenti di gruppi minoritari operaisti e nuclei di operai, soprattutto giovani meridionali, che erano diventati degli abili organizzatori di scioperi “selvaggi” all’interno dei loro reparti, “indisciplinati”, senza sindacato e spesso molto critici e irriverenti verso i quadri sindacali anziani “proprietari” della memoria storica della lotta di classe alla Fiat.

Da dove era spuntata quella generazione di “estremisti”, «avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa»?[21] Si trattava di un estremismo che aveva origini morali ed etiche, prima che politiche. Negli anni sessanta i giovani si erano accorti che non potevano accettare le mezze misure. Si poteva mediare e contrattare mentre gli americani muovevano guerra al Vietnam? No, quella guerra doveva finire e basta. Si poteva discutere e accettare un compromesso con l’autorità paterna o scolastica o col padrone della fabbrica? No, quell’autorità andava abrogata. Si poteva accettare una mediazione sulla lunghezza dei capelli, sulla minigonna, sui jeans, sulla musica beat e sullo shake? No, ognuno era libero di vestirsi e di portare i capelli come voleva, di ballare lo shake, di ascoltare i Beatles senza essere discriminato, importunato condannato moralmente. Si potevano accettare i tempi lunghi della mediazione politica, dei giochi dei partiti in parlamento? No, i problemi andavano risolti subito, dai diretti interessati, con la loro presa di coscienza e la loro azione pratica

In questo percorso formativo pubblico e privato, esistenza e politica si fondevano in un tutt’uno. Anche il militante marxista-lenista ortodosso, figura tipica di quel momento e di quelle assemblee, apparentemente molto legato alla tradizione di militanza e politica dei duri anni seguiti alla rivoluzione russa, era diverso antropologicamente dalla

«figura dell’agente del Comintern (di cui parlava Brecht) che, come un commesso viaggiatore, “faceva l’amore pensando a tutt’altro”. Per i giovani contestatori la cosa importante non era certo ciò che i rivoluzionari speravano di ottenere con la propria azione, ma ciò che facevano e come si sentivano mentre lo facevano. Fare l’amore e fare la rivoluzione non  potevano essere disgiunti con chiarezza. La liberazione personale e la liberazione sociale procedettero così di pari passo»[22].

Da questo crogiuolo, nel quale la dimensione politica, scoperta e ritrovata nel movimento studentesco, s’intersecava con quella esistenziale, emotiva, culturale della rivolta generazionale, nascevano i gruppi extraparlamentari di sinistra, per i quali la rivoluzione sociale e politica si fondeva con la ribellione etica, personale, individuale, di gruppo. Nell’autunno del 1969 nascevano Lotta Continua, Potere Operaio, il Manifesto, assieme a tantissimi altri, meno noti, che già esistevano o stavano per costituirsi. Sorgevano da un processo sociale che Sartre chiamava «gruppi in fusione», categoria che rappresentava quanto avveniva dentro l’ondata suscitata dal movimento giovanile di protesta, nella quale si costituivano rapporti reciproci fra soggetti che acquisivano coscienza di sé sulla base dell’esperienza di lotta e di vita che vivevano. Si formavano nel vivo della lotta, attorno ad uno o più obbiettivi,  subito dopo l’azione, quando i suoi componenti cercavano di rinsaldare e mantenere un legame che costituisse la base per l’azione successiva, prodotti dalle circostanze, che imparavano a “pensare” se stessi, a autorappresentarsi:

«il gruppo in fusione pensa l’esperienza così come si presenta, senza mediazione istituzionale, rappresenta un grado di riflessione nella quale nessuna istituzione fa da filtro tra l’esperienza e la riflessione sull’esperienza»[23].

La politica, per i militanti dei gruppi in fusione,  aveva una valenza e uno stile esistenziale diverso da quella strutturata in partiti. Fare politica voleva dire sentire ed essere consapevoli che quell’agire determinava un cambiamento. Non pensavano che la politica potesse diventare la loro professione, la carriera da costruire. Stavano per dare vita a organizzazioni e gruppi “effimeri”, fragili, estremamente ideologizzati ma organizzativamente poveri e vacillanti, scarsamente strutturati.

Il tratto comune degli extraparlamentari erano i toni forti della radicalità, tipica di una giovane generazione di estremisti. Una delle prime indagini sociologiche e antropologiche sui giovani extraparlamentari di sinistra aveva evidenziato una composizione d’età che andava 17 ai 23 anni, una scolarizzazione accentuata: media superiore e universitaria. Il 73,8% del campione esaminato era di sesso maschile. Il 59% erano studenti, solo il 31% era occupato. Il 62,8% degli occupati erano impiegati pubblici, bancari, assicurativi, industriali; il 32,6% erano operai, ’11% del totale. La dislocazione geografica sul territorio li vedeva concentrati prevalentemente al Nord e al Centro e in ambiente urbano. I giovani extraparlamentari figuravano ai vertici di tutte le graduatorie di misura degli atteggiamenti, della partecipazione politica, dell’informazione e di ogni altro tratto che indicavano l’adesione ai processi di modernizzazione, mostravano di essere influenzati dai processi di rinnovamento culturale, anche ai più profondi livelli di personalità. A livello politico il gruppo dimostrava un alto grado di aggressività: il 38,5% era per l’azione diretta contro la media dell’8,2%. Ma questo atteggiamento non si spiegava in termini di protesta eversiva di tipo individualistico, perché la percentuale di questo tipo di comportamento era in questo gruppo la più bassa di tutte. Si trattava quindi di una scelta politica. La conclusione, cui giungeva la ricerca, era la seguente:

«ci troviamo di fronte a un gruppo che associa un alto grado di modernizzazione ad un atteggiamento politicamente rivoluzionario. E’ un gruppo chiaramente di ceto medio, ed è un fenomeno nuovo nel panorama politico-culturale italiano. […] Ci troviamo di fronte ad un fenomeno molto serio, che è difficile liquidare con i soliti luoghi comuni sull’estremismo infantile […] L’estremismo di sinistra italiano è un estremismo di tutto rispetto, molto colto, aggiornato e moralmente pulito e impegnato»[24].

La rivolta giovanile e studentesca del ’68 interessò e coinvolse intellettualmente ed emotivamente Marcuse, che rimase anche molto colpito «dalla coincidenza di alcune idee con quelle formulate dai giovani militanti francesi»[25]. In essa egli ritrovò una speranza di riscatto rivoluzionario capace di rompere l’involucro del consenso integrante basato sui consumi e indotto dall’organizzazione neocapitalistica della società, colta nella sua dimensione totalitaria come mondo amministrato. Quella rivolta rappresentava una speranza rispetto alla deriva totalitaria contro la quale la sinistra europea aveva fallito due volte: sia nel costruire un’alternativa credibile al capitalismo, sia nell’impedire l’affermarsi dello stalinismo. L’atteggiamento verso il movimento fu opposto alla condanna espressa da Max Horkheimer e alle ambiguità presenti in Theodore Adorno. Subito, a caldo, dichiarò:

«considero l’opposizione studentesca uno degli elementi decisivi del mondo attuale; non una forza immediatamente rivoluzionaria […] ma un fattore tra quelli che potrebbero, un giorno, più facilmente trasformarsi in una forza rivoluzionaria»;

colse in quella rivolta la confluenza «tra ribellione politica e ribellione etico-sessuale»[26], poiché i giovani sentivano che “la loro vita di esseri umani era diventata un balocco nelle mani dei politici, degli alti dirigenti e dei generali” e volevano quindi «toglierla da quelle mani e renderla degna di essere vissuta»; invocò, con spirito dissacrante, «l’odio dei giovani [che] esplode in canti e risate, mescolando la barricata e la pista da ballo, il gioco amoroso e l’eroismo»[27].

Una nuova opposizione era in procinto di formarsi configurando in prospettiva un «nuovo proletariato», che non era più composto dalla classe lavoratrice dei paesi industrializzati, ma da gruppi sottoprivilegiati, che non svolgevano una funzione decisiva nella produzione, minoranze razziali, emigrati, intellettuali, gruppi appartenenti al movimento per i diritti civili, elementi radicali della gioventù, uniti a quelli che apparivano come i nuovi privilegiati, «la nuova classe operaia», secondo il titolo del libro di  Serge Mallet, pubblicato in quegli anni, formata da tecnici, ingegneri, specialisti, scienziati. A questo nuovo proletariato dell’Occidente andavano aggiunte le  masse del Terzo Mondo, le quali, secondo Marcuse, «costituivano la minaccia più grave al sistema mondiale del capitalismo» [28]. Quell’opposizione aveva caratteristiche nuove rispetto a quelle precedenti: innanzi tutto era diretta contro una società opulenta, prosperosa, ben funzionante, contro un sistema spesso organizzato su base democratica liberal-parlamentare; era critica verso la politica tradizionale, i partiti e poneva in discussione l’intero complesso che reggeva la società industriale avanzata. Soprattutto negli Stati Uniti l’opposizione era isolata dalle masse e dalla maggioranza della classe operaia organizzata, si basava su minoranze attive, gruppi  «ancora relativamente ristretti e poco organizzati, i quali, grazie alla loro autocoscienza e ai loro bisogni, fungevano da potenziale catalizzatore di ribellione». Una ribellione innanzi tutto morale, contro la forma, etica ed estetica quindi che si poneva fuori e contro «le norme e le regole di una pseudo democrazia» date da quello che era il «mondo libero orwelliano». Di essa Marcuse coglieva la sua dimensione internazionale, sovversiva e innovativa, capace di riabilitare il marxismo e il comunismo dopo le degenerazioni portate dallo stalinismo:

«nel Vietnam, a Cuba, in Cina viene difesa e portata avanti una rivoluzione che cerca di evitare l’amministrazione burocratica del socialismo. Le forze che conducono la guerriglia in America latina sembrano essere animate dallo stesso impulso sovversivo. In Francia l’opposizione studentesca per un breve momento ha ridato alle bandiere rosse e a quelle nere il loro significato libertario»[29]

Non rifiutava e neanche criticava, come facevano in molti dall’alto della loro saggezza e buonsenso, lo spirito di avventura e di utopia che aleggiava in quella rivolta, anzi!, affermava convinto e perentorio: «una rivoluzione che non abbia in sé un po’ di spirito d’avventura, non vale nulla. Tutto il resto è ordine, sindacato, socialdemocrazia, establishment»[30].

Oltre l’uomo a una dimensione (back to top)

Con questo titolo Marcuse teneva quattro partecipatissime conferenze a Torino, Milano, Roma, Bari. Sicuro di sé e disinvolto, davanti al flash dei fotografi Marcuse si presentava sui palchi teatrali inappuntabile nel suo vestito scuro, salvo poi togliersi subito la giacca, a causa del caldo, e iniziare la conferenza in maniche di camicia arrotolate. Seguiva una traccia manoscritta esprimendosi in inglese ed era tradotto in italiano da un interprete, solitamente riprendeva e sviluppava temi già esposti nei suoi libri, non esimendosi dal commento immediato sui fatti politici che stavano accadendo, suscitando dibattiti e reazioni vivaci del pubblico.

Nella prima conferenza torinese del 13  giugno al Teatro Alfieri[31] prendeva spunto dalle tesi esposte nel suo ultimo libro, Saggio sulla liberazione, per preannunciare che era in atto una rivoluzione più integrale di quella preannunciata da Marx, mossa, almeno negli Stati Uniti, da nuovi movimenti di protesta che avevano disarticolato imprevedibilmente l’equilibrio della società opulenta. Sottolineava la crisi che stava colpendo l’apparato socio economico degli Stati Uniti e il fenomeno di radicalizzazione connesso alla crescita di una leva politica giovanile e intellettuale, portatrice del grande rifiuto. Si chiedeva, però, se l’analisi svolta per gli Stati Uniti fosse valida per la Francia o l’Italia, soffermandosi sulle differenze tra Stati Uniti e paesi dell’Europa Occidentale, colte nel diverso grado di sviluppo tecnologico, dell’apparato produttivo e nella presenza di una solida e vitale organizzazione del movimento operaio. Accanto a queste differenze operava anche una grande similitudine data dalla rivolta dei giovani. Iniziava il dibattito con una serie di domande provenienti da un pubblico “eterogeneo che lo contestava da destra (come egli poteva prevedere) e da sinistra (come probabilmente non si aspettava)”[32].

  • Professor Marcuse, domandava un giovane del movimento studentesco, noi abbiamo seguito le sue idee, abbiamo sperimentato la democrazia diretta in Università e abbiamo fatto un grosso passo avanti. Ma adesso ci accorgiamo che queste idee non bastano. Se non si stabilisce un rapporto fra le avanguardie e la massa dei lavoratori non si potrà fare nessuna rivoluzione.
  • Io posso fare riferimento solo alla situazione americana. Ma se negli Stati Uniti non esiste un proletariato rivoluzionario, non è possibile inventarlo per applicare gli schemi alla teoria. Noi abbiamo a disposizione soltanto un sottoproletariato di colore e i giovani intellettuali.
  • Chiedeva la parola una signora che si presentava come casalinga: rumori, grida, risate, interruzioni. Marcuse interveniva: “Una casalinga può essere più importante di certi rivoluzionari. Comunque bisogna lasciarla parlare”;
  • La libertà che lei chiede, deve essere individuale o collettiva? Domandava dopo aver precisato di non essere una rivoluzionaria.
  • Non ci può essere una libertà individuale in una società dove non esiste una libertà collettiva.
  • Se la società americana è così repressiva come può tollerare le marce di protesta contro la guerra del Vietnam nei pressi del Pentagono? Ad esempio lo scrittore Norman Mailer, assieme ad altri pacifisti, è riuscito ad arrivare fin sotto il Pentagono. La domanda suscitava proteste e grida.
  • Si può partecipare alle marce soltanto perché intorno al Pentagono esiste un imponente dispositivo di polizia con armi efficientissime. Se si oltrepassasse quel limite le manifestazioni finirebbero subito. Mailer è andato fino ad un certo punto, tra le guardie armatissime. Se avesse fatto ancora un passo avanti, la storia sarebbe finita lì.
  • Se Marcuse predica il grande rifiuto –domandava una ragazza- perché poi viene a parlare nei teatri della borghesia? E quanto è pagato per tenere questa conferenza? Anche questa domanda suscitava proteste, dal pubblico gridavano: “maleducata”, Marcuse rispondeva:
  • Se non parlassi in un teatro dovrei cercare un altro luogo. Non vedo che differenza ci sia. Finché viviamo in questa società, non possiamo rinunciare ai suoi strumenti. Anche il negozio dove lei va a comprare la verdura fa parte dell’establishment. Quanto al compenso, posso dirle che serve a pagare il  mio viaggio, per tutta la tournée. Non copre invece le spese per mia moglie. D’altronde anche Marx viveva di conferenze.
  • Voi parlate sempre dei problemi dei lavoratori –domandava un operaio-, ma li conoscete? Come fate a pensare di risolverli parlando un linguaggio così difficile che noi non siamo in grado di capire?
  • Infatti, io non ho inteso parlare del mondo operaio. Non lo conosco nemmeno. Ma questo non cambia niente. Negli Stati Uniti il potere rivoluzionario non appartiene più, da un pezzo, alla classe operaia.
  • Uno studente chiedeva: Non crede che il movimento studentesco possa superare la fase violenta?
  • Non è giusto chiamare violenza quella del movimento studentesco: che non è mai la prima a scoppiare. La violenza degli studenti è soltanto una reazione alla violenza del sistema.
  • Come prospetta il professor Marcuse i rapporti fra classe operaia e avanguardia studentesca? Non crede di teorizzare troppo perdendo di vista l’obiettivo principale che è quello di trasformare le esperienze di democrazia diretta in lotta politica, impensabile senza l’apporto della classe operaia?

Io parlo dell’esperienza che conosco, quella statunitense, dove gli operai sono incatenati dalla società dei consumi, sono un aspetto del neocapitalismo. Ma certo ci sono esempi di unione fra avanguardia studentesca e popolo. Porto l’esempio di quanto è avvenuto nel campus dell’Università di Berkeley, dove i giovani utilizzavano uno spazio vuoto per piantarvi alberelli. Quando le autorità decisero di inviare i bulldozer per demolire gli alberi, anche la popolazione si oppose e difese quel parco autonomo e non repressivo, sorto liberamente.

L’esempio provocava un putiferio, un giovane gridava: “Vogliamo fare la rivoluzione non la festa degli alberi”.

  • Quali sono gli esempi di società a cui Marcuse si ispira?
  • Nessuna. La mia è una società utopistica. Penso tuttavia che ci siano paesi nel mondo dove si cerca di raggiungere una società più umana e originale: il Vietnam del Nord, Cuba, la Cina.
  • E la Cecoslovacchia? Urlava uno dal pubblico.
  • Certo. Fino a quando non fu repressa dai russi.

Al termine del gigantesco happening un operaio gridava rivolto a Marcuse: «Socialista da salotto!»

Due giorni dopo era a Milano al Piccolo Teatro dove riprendeva uno dei temi più controversi, quello del paragone fra la situazione americana e quella dei pesi europei. Nella relazione introduttiva affermava che negli Stati Uniti gli studenti costituivano uno dei principali soggetti della lotta capitalistica ma, essendo una minoranza, dovevano impegnarsi a creare una base di massa per attuare la rivoluzione sociale che si proponevano. La difficoltà principale risiedeva nell’inesistenza nel paese di una tradizione di lotta politica e antisistema dalla classe operaia, né si poteva riporre tutta la fiducia sulle minoranze oppresse, come i neri, che soltanto da poco tempo cominciavano a vivere esperienze di lotta formative di una coscienza politica. Pertanto egli sosteneva che si doveva identificare nell’università –intesa come polo di attrazione di una vasta intelligentia- il fulcro dei prossimi mutamenti sociali. Non si sconcerti il marxista di stampo tradizionale, proseguiva, di fronte all’individuazione di un soggetto rivoluzionario che non era più la classe operaia, il marxismo deve sapersi adattare alle svolte impresse dalla storia. Non era un caso che tale fermento e novità si manifestassero negli Stati Uniti, non era stato infatti proprio Marx a dire che nessuna rivoluzione sociale poteva essere efficace ed operante se non si muoveva  all’interno dei paesi capitalistici più sviluppati?[33]. Si apriva un dibattito nel corso del quale alcune delle domande poste erano le seguenti:

  • Com’è possibile affidare validi programmi di rivoluzione sociale agli hippies, che preferiscono la rivoluzione a livello di moda e di mass-media?
  • Certo il potere economico controlla i mass-media e questo rappresenta l’ostacolo più grande.
  • Che posto avrà la religione e quale funzione il sentimento religioso nella nuova società?
  • Non posso conoscere il significato che avrà la religione nella società di domani, non sono un indovino né voglio limitare la libertà di chi verrà a trovarsi in situazioni diverse dall’attuale.

Alle ore 18 del 17 giugno al Teatro Eliseo di Roma Marcuse andava incontro alla sua conferenza “più contestata da dieci anni a questa parte” -dichiarava al termine. Ad attenderlo c’era Daniel Cohn Bendit, in quei giorni a Roma perché impegnato in un contratto cinematografico, assieme a vari appartenenti al movimento studentesco della capitale che subito lo accoglievano, mentre i “paparazzi” scattavano foto a volontà, con lo slogan del maggio francese: «Ce n’est qu’un debut, continuons le combat». Delle prime file, gridavano: «fuori i fotografi», «non è una stella del cinema, è un filosofo dopo tutto»; altri replicavano: «fuori a calci i contestatori».

Fin dall’inizio, l’infedele traduzione in italiano, dava vita a vivaci proteste messe a tacere dalla sostituzione dell’interprete da parte della diciottenne Chiara Ingrao, figlia parlamentare comunista, che traduceva fedelmente le sue parole. Neanche a farlo apposta Marcuse decideva di trattare argomenti che subito infiammavano il pubblico. Riprendeva un filo ricorrente del suo ragionamento tratteggiando i motivi che lo portavano a ritenere imminente un mutamento radicale della società e del costume espressi nella ricerca di un nuovo linguaggio, di un nuovo comportamento sessuale, di un nuovo modo di sentire, di valutare, di vestire. Aggiungeva poi, a supporto di questa affermazione che lo stesso Pompidou, nuovo presidente della Francia, dopo il ritiro di De Gaulle,  aveva riconosciuto che la rivolta giovanile e i fatti del maggio francese avevano modificato profondamente le cose. Quest’affermazione innescava una prima ondata di protesta e di fischi da parte di settori studenteschi del pubblico: «servo degli americani» gridavano alcuni, «servo di Mao» replicavano altri.

Si diceva poi certo della presenza in Europa –per la tradizione rivoluzionaria della classe operaia, che non aveva nella sua storia solo rivendicazioni trade-unionistiche da avanzare nei confronti dell’establishment- di premesse rivoluzionarie molto più consistenti che negli Stati Uniti e tanto più valide se fondate sull’ipotesi di un fronte comune operai-studenti. La situazione italiana, nello specifico, non poteva essere paragonata agli Stati Uniti, perché non aveva conseguito lo stesso sviluppo tecnologico, i salari operai erano inferiori, la classe operaia aveva una tradizione classista e vi operava un PCI abbastanza “coraggioso” da non firmare in tutti i suoi punti il documento della conferenza di Mosca. Si riferiva alla recentissima conclusione dei lavori della conferenza dei partiti comunisti e operai che si era svolta nella capitale sovietica a partire dal 5 giugno 1969, nel corso della quale Enrico Berlinguer aveva illustrato la posizione dei comunisti[34].

Dopo una ventina di minuti la conferenza di Marcuse era interrotta da Cohn Bendit che urlava:

  • Herbert, dicci perché ti fai pagare dalla Cia[35].
  • Mi hanno accusato di essere pagato dal Cremlino, da Pechino, dal capitalismo, da Wall Street…
  • (nuova interruzione sempre da parte di Cohn Bendit) Marcuse, perché vieni nei teatri borghesi?
    Dalla platea: «fuori a calci i contestatori».
  • Marcuse: soltanto un teatro borghese mi ha invitato, il partito comunista non mi ha detto di parlare: vado dove posso…

Dal lato sinistro della platea, dove sedevano molti del movimento studentesco cominciavano a scandire: «Marcuse servo del padrone! Marcuse servo del padrone!»

Marcuse provava a riprendere il discorso, per concluderlo, ma pochi lo seguivano, un forte rumore saliva dalla sala, battibecchi, urla, schiamazzi. A questo punto un giovane del gruppo degli “Uccelli” di Roma saliva sul palco ed invita Marcuse a partecipare all’inaugurazione nel cortile dell’Istituto di scienze delle costruzioni, occupato dagli studenti di Architettura, di una piscina scavata dai contestatori. Poi, prima di andarsene, ironicamente diceva: «Ma il filosofo Herbert Marcuse è invitato ad un cocktail di Luisa Spagnoli e non ha tempo per rispondere alle nostre domande». Marcuse si alzava, avviandosi verso l’uscita, ma dalla balconata Cohn Bendit e altri studenti intonavano l’Internazionale; allora tornava indietro, cantava anche lui, invitava il pubblico ad alzarsi in piedi: «Stand up, stand up» gridava in inglese. Pochissimi lo capivano e gli spettatori si alzano solo quando con un movimento delle braccia si faceva intendere.

L’ultima conferenza si svolse il 20 giugno al Teatro Petruzzelli di Bari. Iniziò riassumendo quelle che erano le sue analisi: i tratti principali delle società tecnologicamente avanzate erano sintetizzabili nell’elevato standard di vita, nell’aumento della produttività del lavoro, nell’integrazione della classe operaia nel sistema. Integrazione, precisava, non voleva dire assenza di lotte operaie, significava che esse non erano più di stampo politico, ma economico. Queste società tendevano al deterioramento pianificato dei beni di consumo, all’esaltazione dello spreco, all’espansione del neoimperialismo, alla persistenza e diffusione della e della miseria nei ghetti della società opulenta. A differenza degli Stati Uniti, però in Italia e in Francia sussistevano maggiori opportunità di cambiamento perché vi era una forte tradizione e un forte radicamento del movimento operaio e di movimenti politici marxisti e non, e sempre più si delineava la possibilità concreta di un incontro e di una fusione tra classe operaia e movimento studentesco. Questa ripresa della lotta avveniva all’interno di un mondo bloccato dalle divisioni in zone d’influenza e dalla guerra fredda: c’era una forte unità del capitalismo impegnato nella lotta comune al socialismo e al comunismo per la quale tutte le forze disponibili (palese ed occulte) erano mobilitate costituendo un quadro internazionale chiuso, rigido e infrangibile. Marcuse faceva l’esempio del Patto Atlantico e delle enormi difficoltà che avrebbe incontrato l’Italia se avesse voluto uscirne. Nonostante  l’apparente monolitismo le società opulente e il quadro politico internazionale hanno i loro punti deboli rappresentati, esternamente, dalla resistenza del Vietnam, dall’esistenza di Cuba, dalla rivoluzione culturale in Cina, dalla rivolta delle masse del Terzo Mondo e, internamente, dall’inflazione, dalla crisi monetaria e dall’indebolimento delle strutture morali all’interno. Era quindi possibile ipotizzare un progetto alternativo di società, un’utopia, fondata su un’autentica rivoluzione culturale, che rifiutasse di vivere, d’imparare in questa società repressiva, di competere in quella “gara di topi che è l’attuale esistenza umana”. L’avvenire poteva essere un universo di mondo  e di bellezza ripulito dall’ipocrisia, nel quale gli istinti della vita e dell’eros prevalessero sull’istinto di morte. «Nei loro abiti, nei loro linguaggi, nei loro rapporti sessuali, i giovani ridicolizzano il sistema, spezzano le regole del gioco truccato e gli ipocriti standard della pulizia interiore, che odorano di marcio. Vogliamo la libertà e la vogliamo ora. L’attuale ribellione che agita i giovani è qualcosa di più del familiare conflitto fra generazioni. Può essere forse l’inizio della fine per la vecchia società e il principio di un nuovo periodo storico, ci piaccia o no, che può rendere migliore quell’universo attonito nella miseria e nella distruzione, così concludeva Marcuse[36].

Seguivano alcune domande:

  • E vero che anche la religione è un mezzo oppressivo della libertà?
  • E’sempre stato uno dei mezzi più potenti. Molti Papi hanno benedetto guerre ed eserciti, Ma ci sono anche i sacerdoti che combattono a fianco dei contadini in Guatemala
  • In America la lasciano parlare e tutto va avanti come prima. Dunque che parla a fare?
  • La sua non è una domanda. Non dovrei rispondere. Lo faccio per dire che non è vero che io sia tollerato  negli Stati Uniti. Sono stato minacciato più volte di morte, e lo scorso anno l’università di San Diego in California stava per mandarmi via. La reazione dei miei studenti ha impedito che ciò avvenisse.
  • La rivoluzione non può diventare essa stessa istituzione e quindi schiavizzare quelli che non sono d’accordo?
  • Giovanotto la storia non è una compagnia di assicurazioni. Non ci si deve rassegnare con questi discorsi. Bisogna lottare perché la nostra società non sia una barbarie civilizzata.

Diego Giachetti, Via Napione 23, 10124 Torino (Italia)
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mail: diegogiachetti@hotmail.com


NOTES (back to top)

[1] Piero Novelli, Il Papa è più progressista dei burocrati del Cremlino, «Gazzetta del Popolo», 13 giugno 1969

[2] Questi dati sono riferiti da Ruggero D’Alessandro, La teoria critica in Italia. Letture italiane della Scuola di Francoforte, Manifestolibri, Roma, 2003, pp. 398, e Robert Lumley, Dal ’86 agli anni di piombo, Giunti, Firenze, 1998, p. 131.

[3] Luciano Gallino, Introduzione a Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1999, p VIII.

[4] Luciano Gallino, ibidem; di “arduo dettato” e di complessità filosofica del testo hanno scritto Bruno Bongiovanni in I libri del ’68. Una biografia politica, Manifestolibri, Roma, 1998, p. 42 e Costanzo Preve, Trent’anni dopo. Considerazioni sulla filosofia radicale di opposizione alla fine degli anni Sessanta (ed in particolare su Althusser e Marcuse), «Per il Sessant8», n. 14-15, 1998, p. 96.

[5] Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, p. 21.

[6] Herbert Marcuse, Eros e civiltà,  Einaudi, Torino, 1968, p. 47

[7] Herbert Marcuse, Le prospettive del socialismo nella società ad alto sviluppo industriale, «Problemi del socialismo», n 1, marzo-aprile 1965, p. 8

[8] Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, p. 365

[9] Luciano Gallino, Introduzione, in op. cit., pp. IX-X. Di “sofferente claustrofobia” ha scritto Bruno Bongiovanni in op. cit.

[10] Costanzo Preve, , art. cit., n. 14-15, 1998,  p. 96

[11] Luciano Gallino, Introduzione, in op. cit., p. XV

[12] Alfredo Todisco, Marcuse sta cambiando idea, «Corriere della Sera», 13 giugno 1969

[13] Franco Ottolenghi, Marcuse: l’opposizione e la contraddizione, «L’Unità», 13 giugno 1969

[14] Piero Novelli, Il Papa è più progressista dei burocrati del Cremlino, art. cit.

[15] Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, Einaudi, Torino, 1969, pp. 38-39

[16] Domande e risposte sono quelle riportate nell’articolo di Giorgio Calcagno, Per Marcuse papa Paolo VI è più a sinistra di Breznev, «La Stampa», 13 giugno 1969.

[17] Questa risposta è riportata in Piero Novelli, Il Papa è più progressista dei burocrati del Cremlino, art. cit.

[18] Quest’ultima risposta è in Alfredo Todisco, Marcuse sta cambiando idea, art. cit.

[19] Giorgio Calcagno, Costumi repressivi di fronte a Marcuse, «La Stampa», 15 giugno 1969.

[20] f.o., Marcuse alle conferenze ACI, «L’Unità», 14 giugno 1969

[21] Erri De Luca, Vento in faccia, in Il contrario di uno, Feltrinelli, Milano, 2003,  p. 17.

[22] Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, p. 391

[23] Il rischio della spontaneità, la logica dell’istituzione, intervista di R.R. a Jean Paul Sartre, «il manifesto», n. 4, settembre 1969. Al tema dei gruppi in fusione Jea-Paul Sartre ha dedicato molte pagine del suo Critica alla ragion dialettica, Il Saggiatore, Milano, 1963

[24]Carlo Tullio Altan, Alberto Marradi, Valori, classi sociali, scelte politiche. Indagine sulla gioventù degli anni settanta, Bompiani, Milano, 1976, p. 187, 188, 200.

[25] Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, op.cit., p. 11

[26] Herbert Marcuse, La fine dell’utopia, Laterza, Bari, 1968, p. 51 e p. 58

[27]Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, op. cit, p. 38 e p. 12

[28] Cfr., Herbert Marcuse, La fine dell’utopia, op. cit..Il libro di Serge Mallet, La nuova classe operaia, fu pubblicato in edizione italiana nel 1967 dalla casa editrice Einaudi di Torino.

[29] Citazioni tratte rispettivamente da Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, op. cit., p. 65, p. 12, pp. 9-10.

[30] Dichiarazione di Herbert Marcuse a Parigi nel 1968, tratta da Hauke Brunkhorst e Gertrud Koch, Marcuse, Erre Emme, Roma, 1989, p. 15.

[31] Ci riferiamo soprattutto all’articolo di Giorgio Calcagno, Brillante autodifesa di Marcuse “contestato” da destra e sinistra, «La Stampa», 14 giugno 1969 e a quello di Piero Novelli, Un operaio tra la folla snob dell’Alfieri grida a Marcuse: “Socialista da salotto”, «Gazzetta del Popolo», 14 giugno 1969.

[32] Giorgio Calcagno, Brillante autodifesa di Marcuse “contestato” da destra e sinistra, art. cit.

[33]La relazione di Marcuse è ricostruita sulla base delle informazioni tratte da Luciano Visintin, Un Marcuse da salotto, «Corriere della Sera», 16 giugno 1969, da cui sono tratte anche le domande e le risposte seguenti.

[34] Questi passaggi della conferenza sono ricostruiti sulla base dei seguenti articoli: Studenti a Roma contestano Marcuse, «Corriere della Sera», 18 giugno 1969, Costanzo Costantini, Il “fenomeno” Marcuse, «Il Messaggero», 18 giugno 1969, Fr. C., Marcuse contestato a Roma, «Avanti!»,  18 giugno 1969, e. c., Marcuse canta l’Internazionale ma è insultato da Cohn-Bendit, «La Stampa», 18 giugno 1969

[35] Così riferisce fin dal titolo e. c., Marcuse canta l’Internazionale ma è insultato da Cohn-Bendit, «La Stampa», 18 giugno 1969. Nel testo ci si avvale principalmente del resoconto fatto in questo articolo. Propende per questa interpretazione, anche Renato Filizzola, Herbert Marcuse contestato vivacemente da Cohn Bendit, «il Mattino», 18 giugno 1969. Secondo quanto riportato dal «Corriere della Sera» del 18 giugno 1969 la domanda irriverente sarebbe partita da un gruppo di duecento giovani del movimento studentesco di cui faceva parte anche Cohn Bendit; simile la ricostruzione di  Costanzo Costantini: è dal gruppo “capitanato da Cohn Bendit” che si levano “grida di “servo”, “buffone”, “agente della Cia”, (Il “fenomeno” Marcuse, «Il Messaggero», 18 giugno 1969). Completamente opposta la versione del quotidiano socialista l’«Avanti!», per il quale l’accusa è stata mossa da un giovane fascista che ha interrotto più volte l’oratore chiedendogli quanto denaro prendeva dalla Cia (Fr. C., Marcuse contestato a Roma, «Avanti!»,  18 giugno 1969), sempre in questo articolo si sostiene che tra gli studenti che lo hanno contestato, è lecito supporre che fossero infiltrati numerosi provocatori fascisti.

[36] Ripreso da a. ross., La rivolta dei giovani apre nuove via al mondo, «La Gazzetta del Mezzogiorno», 21 giugno 1969; anche le domande e le risposte seguenti sono tratte da quest’articolo.


article by Diego Giachetti, December 2004
posted with permission of the author by Harold Marcuse, 1/25/05, updated: see header
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